Palazzo Antonini-Belgrado

Provincia di Udine
Palazzo Antonini-Belgrado
Piazza Patriarcato 3
33100 Udine

Centralino
0432 2791

Fax
0432 279310

Uff. Relazioni con il Pubblico
0432 279440

Posta elettronica certificata

il cercapersone.
Siti tematici.
 

Origini e sviluppo della lingua friulana

Posto al crocevia di importanti correnti commerciali e culturali nel marginale ma nevralgico punto d’incontro tra mondo latino, germanico e slavo, il Friuli assunse fin dall’antichità una naturale posizione di transito e quindi anche di confluenza linguistica. Così questa regione, per secoli luogo di contatto e di mescolanza fra elementi di diverse stirpi e quindi di diverse lingue, è sempre stata ricca di varietà linguistiche e tutt’ oggi vi si incontrano varietà neolatine (friulano, veneto, italiano), slave (al confine orientale) e germaniche (Val Canale e “isole linguistiche” delle Api Carniche). Qui, la popolazione stanziata ha saputo elaborare una sua civiltà complessa ed articolata, originale e particolare, in un turbine di vicende storiche e politiche, militari ed economiche, sociali e culturali.

La civiltà friulana, formatasi e sviluppatasi per oltre due millenni in questa appartata ma viva parte dell’Europa centrale, trova l’espressione più evidente e compiuta della propria individualità nella lingua friulana. Questo linguaggio, pur essendo parlato solo dal ristretto gruppo dei suoi abitanti, fu costantemente in contatto con le parlate dei territori contermini e nonostante le innegabili spinte all’appiattimento che stanno subendo le lingue minoritarie soprattutto nel momento attuale, si è sempre mantenuto vitale e negli ultimi anni sta anche registrando un momento di recupero culturale nell’accresciuta coscienza della propria identità etnica, fermentata recentemente nella popolazione friulana.

L’origine storica della lingua friulana deve essere ricercata nella continuazione e nell’evoluzione del latino rustico aquileiese, mescolato ad elementi linguistici celtici della lingua parlata dagli abitanti autoctoni della regione. Per “latino aquileiese” deve intendersi non tanto quello della città, quanto quello della regione linguisticamente romanizzata, ovvero il latino corrente usato dai primi coloni Sanniti qui giunti dopo la deduzione della colonia di Aquileia (181 a.C.) che ben presto si intorbidì di elementi celtici nel vocabolario e nella fonetica. Nel contempo la popolazione celtica, certamente maggioritaria rispetto a quella romana, adottando la lingua dei dominatori, la parlò a modo suo, con proprie inflessioni e accenti e conservando molti termini del proprio linguaggio mancanti del corrispondente termine latino. Ad Aquileia, dunque, venne a formarsi una latinità assai caratteristica, che diede origine ad un linguaggio neolatino distinto (come a Spalato, Barcellona e Marsiglia), che si irradiò in tutta la regione orientale, influendo anche sulla stessa latinità danubiana. Si sa che già alla metà del IV secolo dopo Cristo la lingua del popolo aveva già una sua chiara individualità se, come ci ricorda S. Gerolamo, il vescovo di Aquileia Fortunaziano stese un commento ai vangeli in “lingua rustica” con lo scopo di farsi capire dal popolo che non comprendeva più il latino degli atti ufficiali.

Questa parlata popolare, però, non poté mai trovare sviluppo nei secoli successivi, proprio per le complicate e contrastate vicende storiche di questo territorio, ciclicamente invaso da popolazioni diverse e sprovvisto di forme stabili di governo che assicurassero anche il benessere sociale e l’evoluzione culturale. Così, ad esempio, la dominazione longobarda sottrasse il Friuli e la sua lingua da ogni influsso latino di Roma (anche religioso con lo scisma dei Tre Capitoli) proprio in quei secoli nei quali più intensamente maturavano, in campo linguistico, le differenziazioni romanze.

L’evoluzione del latino rustico nella nuova lingua, il “friulano”, avvenne verosimilmente proprio in questo periodo e all’incirca fino al X secolo, quando questo linguaggio dovette essere già consolidato nei suoi caratteri fondamentali, se assorbì le parlate degli Slavi che ripopolarono la pianura devastata dalle incursioni degli Ungari e se resistette agli influssi tedeschi delle potenti corti dei patriarchi germanici, nonché se tutti i prestiti germanici, venetici e italici non riuscirono ad alterarlo.

I vari ceti nobili e gli amministratori non latinòfoni, prima tedeschi e poi veneti o toscani, che durante l’epoca barbarica e patriarchina permisero alle classi subalterne di mantenere la loro cultura e la loro lingua di impronta latina, non consentirono però mai di assicurare il loro pieno sviluppo. Nonostante queste grandi difficoltà di libera evoluzione per una lingua che nessuna amministrazione pubblica del tempo, quasi sempre straniera, riconobbe come ufficiale, dal XII secolo essa cominciò ad avere una certa produzione di testi non solo letterari. La netta separazione tra classe dominante del potente stato feudale guidato dai Patriarchi (1077-1420) che parlava tedesco o latino e il popolo che parlava il proprio linguaggio rustico, aumentò ancora l’isolamento del friulano, che nel secolo X dovette essere già consolidato nei suoi caratteri fondamentali, assumendo una connotazione ed una fisionomia sempre più particolari che ancora oggi ne fa qualcosa di unico.

Caratterizzano il friulano la palatizzazione della c e della g, la conservazione della s nel plurale dei nomi e nelle seconde persone dei verbi, la conservazione dei gruppi consonantici formati da una muta più la liquida “l” (gl, bl, cl, pl,fl), la distinzione delle vocali a seconda del posto che occupano nella sillaba. Per quanto attiene al lessico, il vocabolario friulano è basato su un ampio sostrato di parole della latinità medioevale, molte delle quali sono comuni a tutte le altre lingue romanze, di residui celtici (ad esempio bâr, bragons, broili, cjarugjel, grave, troi), di prestiti lessicali delle lingue germaniche (ad esempio balcon, bancje, bearç, bêç, slapagnâ, sgrinfe, garp), di apporti slavi di varie epoche (ad esempio cjast, clip, grispe, madrac, rascje), e poi di infiltrazioni tardo greche e arabe, di qualche etimo francese e di molti vocaboli passati dall’ italiano e slittati dal veneto, nonché di vari neologismi più recenti. Per effetto di queste peculiarità e di altre (l’ assenza di suoni vocalici intermedi fra -i e -u e fra -o e –e, l’accoglienza di numerosi voci di origine germanica e slava, nonché particolari caratteristiche fonetiche, morfologiche e sintattiche) non solo distinguono il friulano dalle altre lingue neolatine alle quali viene aggregato, ma viene ad assumere una propria fisionomia linguistica, particolarmente individuata e distinta dallo stesso gruppo celto-romanzo (provenzale, franco-provenzale, catalano, grigionese e ladino).

La storia della letteratura ci ricorda infine che i primi documenti che riportano termini friulani risalgono al 1150, i quali testimoniano che ormai il friulano possedeva una propria individualità con termini non più traducibili ma solo latinizzabili (es. pisinale da pesenâl, che è un’ unità di  misura). Bisogna altresì ricordare che verso la metà del Trecento nelle scuole notarili di Cividale si insegnava il latino direttamente dal friulano e che quasi sicuramente proprio da queste scuole provengono le prime forme letterarie del friulano (come il sonetto E là four del nestri chiamp, la ballata Biello dumlo di valor e il contrasto Piruç myo doç inculurit). Al “vuoto letterario” del ‘400 e del ‘500 determinato dalla crisi e dalla caduta del patriarcato, risponde la fioritura della poesia friulana del Seicento con i versi espressivi di Ermes di Colloredo. Alla scarsa produzione settecentesca, chiusa nelle sterili accademie dell’epoca, segue nell’Ottocento la fervida poesia dello Zorutti e l’alta prosa della Percoto, seguiti da una marèa di poeti e studiosi che si inseriscono nella varie e talvolta contrapposte correnti letterarie del tempo, senza uscire però dai consueti limiti di spirito, di intonazione e di soggetto vernacolari. Sarà Pier Paolo Pasolini (e i giovani aderenti alla sua Academiuta de lenga furlana) negli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento a denunciare la persistenza di tematiche stantìe e di stilistiche vetuste e a creare una poesia nuova usando le potenzialità nascoste della lingua friulana come linguaggio poetico per eccellenza, nell’attingimento dalle sue pure radici romanze. In altre parole, saranno i giovani poeti del secondo dopoguerra a scoprire nella lingua friulana la possibilità di esprimere con freschezza e immediatezza le nuove forme della lirica contemporanea, con le vibrazioni più sofisticate e gli impulsi più sottili, e a rendere finalmente la poesia friulana una delle espressioni poetiche e culturali degne di rilievo internazionale (anche se tale meritato riconoscimento la poesia friulana non l’ha mai ottenuto a motivo della perifericità geografica e della sua distanza dalle grandi arterie europee di comunicazione e di traffico culturali).

Altrettanto desiderosi di rinnovamento delle forme letterarie friulane, pur restando nell’alveo della migliore tradizione popolare friulana, furono anche i giovani poeti che fecero parte degli altri movimenti letterari come Risultive, fondata nel 1949, il Tesaur sorto nel 1957 e la Cjarande del 1966, che ebbero il merito di testimoniare come il friulano potesse esprimersi in forme moderne pur restando legato alla tradizione. Un’ultima fioritura letteraria si ebbe in Friuli negli ultimi due decenni del Novecento, in seguito alle paure dello sradicamento sociale e della perdita dell’identità culturale portate dal terremoto che sconvolse il Friuli nel 1976 e per la conseguente ondata emotiva di recupero e di riscatto delle forme della civiltà friulana che camminarono parallele alla ricostruzione fisica del territorio.

Così, con una produzione letteraria e scientifica davvero imponente se paragonata alla densità demografica e se rapportata alla produzione di testi dei decenni precedenti, venne rivitalizzata la coscienza etnica e rifondata la cultura del popolo friulano, che in quel tempo ebbe finalmente anche il supporto della neocostituita Università degli Studi del Friuli, delle diverse riviste e pubblicazioni periodiche in lingua friulana, delle prime trasmissioni radiotelevisive, del sostegno della liturgia cattolica nella lingua del luogo, che contribuirono grandemente a sottolineare l’importanza di difendere le proprie radici.

Veduta di Aquileia

Il friulano, lingua ladina o “neoromanza”
 
Tradizionalmente si usa porre il friulano nel gruppo dei linguaggi neolatini chiamati “ladini” o “retoromanzi” (friulano, ladino dolomitico e romancio grigione), che vengono a trovarsi in una posizione intermedia tra il sistema linguistico “italoromanzo” (l’italiano e i suoi dialetti) e quello “celtoromanzo” (il francese, il francoprovenzale, l’occitano e il catalano con i loro dialetti), anche se sono più vicini a quest’ultimo. Ciò, in particolare, per il plurale, che viene generalmente formato aggiungendo una –s al singolare, per il fatto che viene conservata la “l” postconsonantica del latino bl, cl, fl, gl, pl, (es. blave, clâf, flôr, glace, plomp, ecc.) e per la palatizzazione di “c” e “g” del latino, che mostra lo stretto legame con la neolatinità occidentale di tipo francese (cjan, gjat). Così, anche se non si può negare che nel Friuli e nelle Dolomiti si è avuta una forte penetrazione dell’italiano, mentre nei Grigioni si è registrata una notevole influenza del tedesco, non si può dubitare che le tre lingue retoromanze o ladine hanno una loro comune caratteristica unitaria, anche se negli ultimi decenni tra gli specialisti si è fatta strada l’opinione che al friulano si debba riconoscere una particolare individualità e indipendenza linguistica.
 
Con il sorgere della scienza glottologica nell’Ottocento, l’attenzione degli studiosi fu attirata dai particolari aspetti delle parlate alpine (romancio o grigionese, retico o ladino e friulano). Così inizialmente venne enunciata la fondata ipotesi (J. Planta, G.C. Carli, C. Schneller, Adelung e G.I. Ascoli) secondo la quale tra il friulano e le parlate dell’area dolomitica e quelle del cantone svizzero dei Grigioni esisterebbe uno stretto legame per il buon numero di caratteristiche fonetiche comuni ai tre gruppi. Questa tesi venne poi contestata dal Salvioni e soprattutto dal Battisti, il quale sostenne che le parlate alpine altro non erano che forme arretrate e conservative dei dialetti italiani parlati nelle zone contigue della pianura padana. Infine è sorta la tesi secondo la quale il friulano, attraverso le vicende della sua evoluzione storica ed in particolare dell’isolamento linguistico e della stretta conservazione determinata dall’originario popolo celtico, abbia assunto una propria identità linguistica che ne ribadiva l’autonomia tanto dal veneto (e a maggiore ragione dall’italiano), quanto dal ladino dolomitico e dalla parlata dei Grigioni in Svizzera. Al friulano, poi, si tese a recuperare la zona del Cadore (poi sommersa dal veneto) e quella triestino-muglesana, pure successivamente venetizzata.
 
Il friulano, però, non è affatto omogeneo nell’area dove viene parlato e cioè nelle tre province di Udine, Gorizia e Pordenone, anzi proprio per le sue notevoli varianti, il Friuli viene generalmente suddiviso in cinque principali zone linguistiche: friulano centrale, goriziano, carnico, gortano-asìno e occidentale. Ogni varietà, poi, comprende diverse sottovarietà più ristrette, con caratteristiche proprie.
 
Il baluardo, per così dire, della friulanità è considerata l’area montana della Carnia, dove le varietà dialettali risultano più conservatrici per i suoni consonantici, ma innovatrici per le vocali e i dittonghi primari e secondari, mentre il friulano più noto, perché più vicino alla varietà “letteraria” è quello del Friuli centrale, soprattutto della fascia collinare a nord di Udine dove non sono presenti dittonghi secondari, ma vocali lunghe e brevi ben separate (crôt, rêt, lât e crot, ret, lat). A questo tipo appartiene anche la varietà udinese parlata nel capoluogo, sottoposta lungamente al dominio del veneto, essendo stata Udine sia sede del Patriarca che del Luogotenente e abitata dalla borghesia, solita a parlare lingue considerate “non volgari” come appunto il veneto.
 
Il friulano orientale, o goriziano, non si discosta molto da quello udinese, malgrado la lunga separazione storica fra il Friuli occidentale e quello orientale; non ha la distinzione di lunghezza delle vocali e conserva la – a finale (glesia), diventata –e nel Friuli centrale (glesie). Diverso è il discorso del friulano occidentale della provincia di Pordenone, storicamente legata alla giurisdizione ecclesiastica di Concordia; qui si hanno la mancanza di vocali lunghe, la –a finale come a Gorizia e la presenza di dittonghi secondari, il tutto sotto l’influente e costante pressione (“colonizzazione”) del veneto, penetrato, del resto, anche in tutta la fascia della Bassa friulana, nelle località isolate di Grado e Marano lagunare e, come si è detto, sistematosi anche nella parlata della borghesia udinese fin dalla dominazione della Serenissima. Bisogna ricordare, poi, che fino agli anni trenta dell’Ottocento a Trieste si parlava il tergestino, una varietà del friulano, soppiantato dall’attuale triestino che è di fondamento veneto (veneziano), analogamente a quanto è accaduto a Muggia dove il muglisano, sempre di stampo friulano, resistette fino alla fine di quello stesso secolo.


 
Il vocabolario Pirona

Gli studi linguistici
 
Dal punto di vista linguistico il primo studioso a mettere in piena luce i problemi del friulano come unità linguistica autonoma nell’ambito delle lingue romanze è stato Graziadio Isaia Ascoli con i Saggi Ladini del 1873, mente nel 1871 è stato pubblicato il primo Vocabolario Friulano, opera del Pirona (ripubblicato nel 1931 con aggiunte di Carletti e Corgnali). Nel 1930 Alfredo Lazzaroni pubblica il Vocabolario scolastico friulano-italiano. Nella prima metà del Novecento oltre all’ ingessata e timida attività della neocostituita Società Filologica Friulana, si ha la prima e modestissima grammatica del Della Porta (1922). Solo dopo il 1950 si fanno strada orientamenti nuovi che culminano con la pubblicazione di due grammatiche, quella del Marchetti (1952) e quella “storica” della Iliescu (1972), seguite poi da quelle di Aldo Moretti (1985) e di Gianni Nazzi (1977). Nel 1966 viene pubblicata la Dialettologia friulana del Francescatto, mentre nel 1971 G.B. Pellegrini con un gruppo di collaboratori comincia a pubblicare il poderoso Atlante Storico Linguistico etnografico friulano (ASLEF). Segue la pubblicazione di altre grammatiche e vocabolari (il più ampio e famoso è quello del Faggin nel 1985) anche dopo l’adozione della grafia friulana normalizzata: Dut par Furlan, di Adrian Cescje nel 1999, Gramatiche Furlane di Fausto Zof nel 2000, Scrivere in friulano di Anna Madriz e Paolo Roseano del 2003 e Lenghe. Cors di furlan di Stefania Garlatti Costa e Roberta Melchior nel 2008, mentre nel 2008 viene dato alle stampe il vocabolario bilingue (friulano-italiano) Dizionari Ortografic Furlan di Alessandro Carozzo.

 

Ritratto di Graziadio Isaia Ascoli

La koiné friulana
 
Si è detto che il friulano, come del resto tutte le altre lingue del gruppo “celto-romanzo”, si trovò sempre a convivere con un’altra lingua di maggiore prestigio, parlata dalle persone colte ed usata negli atti ufficiali: il latino, il tedesco, il veneto e l’italiano. Questa convivenza mantenne costantemente il friulano in condizione subalterna e gli impedì di affermarsi come lingua letteraria e ufficiale. La stessa produzione scritta che si riscontra a partire dal XIII secolo mostra chiaramente il peso e le mode letterarie delle diverse influenze forestiere, mentre l’uso parlato si è sempre presentato frazionato in innumerevoli varietà locali. Questa articolata diversità linguistica, anch’essa riscontrabile fin dai primi testi, ha creato nella coscienza degli scrittori l’esigenza di un tipo di “scrittura comune”, o koiné (parola greca che significa comune, quindi Koiné friulana= friulano comune) a carattere stabile e regolare, in grado di soddisfare le esigenze di tutti senza ledere la suscettibilità delle diverse varianti usate da zona a zona, da paese a paese. Benché tale sforzo si possa scorgere già in qualche testo del Cinquecento e nella stessa produzione poetica del Colloredo, l’impegno in tale direzione non fu stabile e regolare e fino all’Ottocento perdurarono incostanze e oscillazioni. Furono la sovrabbondante vena poetica di Pietro Zorutti e le perfette prose di Caterina Percoto a fissare decisamente e a mostrare nettamente i lineamenti di questa koiné, a darle dignità letteraria e a renderla ampiamente accettata. Essa rispecchia la parlata o “variante” del Friuli centrale (da San Daniele a Faedis e fino a Palmanova), linguaggio, peraltro, usato fin dal 1500, e risultato adottato dalla maggior parte degli scrittori contemporanei.
 
E’ normale che una variante linguistica assuma storicamente carattere unitario nel campo amministrativo, politico, economico, tecnico-scientifico, letterario, religioso e scolastico per motivi pratici, funzionali e sociali. Un esempio illustre in tal senso ci viene proprio dall’Italia dove il toscano si è imposto sugli altri dialetti italici fino a diventare lingua nazionale per il fatto che aveva a suo favore le grandi opere letterarie di Dante, Petrarca e Boccaccio, la bellezza lessicale, la chiarezza fonetica, la comprensibilità semantica e la stessa potenza finanziaria delle banche toscane. Nello stesso modo il dialetto friulano del Friuli centrale, parlato da un gran numero di persone, scritto nelle opere di valenti letterati, avente sobrietà fonetica, linearità lessicale e in generale un equilibrato impianto linguistico, è diventato koiné, ovvero il friulano comune di tutto il Friuli. In altre parole il friulano parlato nel Friuli centrale è stato riconosciuto come linguaggio ufficiale di koiné e quindi deve essere usato in tutto il Friuli storico-linguistico per comunicazioni e atti ufficiali (soprattutto della pubblica amministrazione). Ciò non toglie che tutte le altri varianti del friulano parlate nelle diverse aree e subaree regionali non debbano più essere usate, anzi esse dovranno essere conservate e continuate a far vivere nella vita quotidiana delle popolazioni che da secoli le parlano (e quindi anche nel campo poetico, letterario e teatrale), in quanto rappresentano una grande ricchezza culturale e un patrimonio linguistico che non deve essere perso.

 

Giuseppe Marchetti

La grafia

Il friulano non ha suoni vocalici diversi da quelli del latino e dell’italiano, ma ha alcuni suoni consonantici che non sono rappresentabili con i segni dell’alfabeto comune; si tratta delle prepalatali e delle diverse intensità delle sibilanti. Ad ovviare a questa difficoltà sarebbe bastato arricchire l’ alfabeto di alcuni segni convenzionali, ma ciò è risultato assai difficile. La difficoltà di rendere graficamente i suoni propri del friulano è sempre stata avvertita e ciascun scrittore lungo diversi secoli ha tentato di risolverla a modo suo, molte volte ricorrendo a forme grafiche estranee all’alfabeto italiano. Così nei testi primitivi vennero usati venetismi e italianismi (achesti e duti per esprimere chescj e ducj), oppure forme grafiche insoddisfacenti (chiantâ, chantâ, chgiantâ per esprimere cjantâ), mentre nei secoli XVI e XVII per rappresentare le vocali lunghe si usava raddoppiare le vocali stesse (amoor per amôr, luuch per lûc, laat per lât, piit per pît, mees per mês). Molti scrittori, soprattutto durante l’Ottocento e il Novecento, usarono grafie diverse per i loro testi letterari che presero il nome degli stessi poeti e letterati che le adoperavano; in tal modo abbiamo le grafie di Pietro Zorutti, di Jacopo Pirona, di Achille Tellini, di Giuseppe Marchetti, di Domenico Zannier, di Giorgio Faggin e di Gianni Nazzi. Di fronte a questa sofferta e articolata incertezza della grafia della lingua friulana, verso gli anni Trenta del Novecento la Società Filologica Friulana propose un proprio modello grafico che venne largamente adoperato dagli scrittori nostrani fino a qualche anno fa, ma che con i propri segni grafici non risolse affatto tutte le necessità fonetiche della lingua friulana; così la necessità di un uso convenzionale definitivo di adeguati grafemi per rappresentare i fonemi friulani si presentò più urgente e sentito che mai.

Finalmente, dopo tanti interventi privati crebbe anche negli organismi pubblici la volontà di definire la questione della grafia anche in seguito al forte incremento della produzione libraria in friulano e di adottarla istituzionalmente; così il Consiglio della Provincia di Udine (in accordo anche con le Provincie di Gorizia e Pordenone) nominò una Commissione di undici esperti che cominciò ad operare per fissare regole grafiche valide per la koiné sotto il coordinamento di Xavier Lamuela, docente di Filologia romanza all’Università di Barcellona, esperto in problemi di normalizzazione e standardizzazione di grafie delle lingue neolatine. Alla conclusione dei lavori, la Commissione Lamuela pubblicò un documento nel quale venne stabilita una “grafia normalizzata”, ovvero l’uso di un sistema grafico coerente e funzionale che presenta un numero limitato di segni grafici rispetto alle esperienze già avute nel tempo sempre in relazione alla produzione linguistica della koiné.

A sua volta la Regione Autonoma Friuli-Venezia Giulia approvò la legge regionale 22 marzo 1996 n.15, che contiene norme per la tutela e la promozione della lingue e della cultura friulane, fra cui l’istituzione dell’ O.L.F. (Osservatorio della lingua e della cultura friulane), l’ organismo preposto alla realizzazione della politica linguistica che provvide a formalizzare, adottare istituzionalmente ed emanare la “grafia ufficiale” della lingua friulana valida per il dominio della Koinè, facendo propria nella quasi totalità la grafia già approvata dalla Commissione Lamuela. Per semplificare ulteriormente l’impianto grafico, su proposta della Società Filologica Friulana, l’O.L.F. nel 1997 procedette a sostituire il diagramma ts con lo z nel corpo delle parole (anzian e non antsian) e a definire l’uso del grafema qu, nei soli toponimi e antroponimi storici (Aquilee, S.Quarin, Marquart). Così finalmente anche il friulano ha la sua grafia ufficiale normalizzata, alla quale tutti i documenti pubblici in lingua friulana, a sua volta riconosciuta come lingua minoritaria storica dalla legge nazionale 15 dicembre 1999 n. 482, devono uniformarsi.

 

Ufficio lingua friulana e altre lingue minoritarie della Provincia di Udine

Il riconoscimento della minoranza linguistica friulana

Fra i tanti idiomi neolatini italiani, il friulano ha la prerogativa di essere tra i più vitali e relativamente compatti nei suoi fondamentali tratti fonetici e morfologici, oltre ad essere stato impiegato come strumento di espressione letteraria fin dai primi secoli romanzi con alcuni testi di notevole perizia poetica e di rilevante valore culturale. Dal secondo dopoguerra, poi, ed in particolare dopo il terremoto del 1976, si registrò una notevole produzione libraria in tutti i campi del sapere. A differenza di altre parlate italiane, il friulano è riuscito a mantenere una spiccata individualità arcaica e tradizionale e sostanzialmente a resistere agli influssi e alle contaminazioni del veneto. Il friulano, infatti, è sempre stato in grado, e lo è tuttora, di affermare la propria vitalità, reagendo in maniera tipica e attiva alle influenze linguistiche esterne, soprattutto venete e italiane. Così, se la parlata friulana ha perduto terreno nelle zone marginali (pordenonese, monfalconese) e nelle aree fortemente urbanizzate (udinese) dove lentamente ha ceduto alle pressioni di altri linguaggi socialmente più forti, si deve però constatare che essa resiste saldamente nelle aree rurali e montane, dove comunque subisce un processo di livellamento sociolinguistico con la scomparsa delle caratteristiche locali più appariscenti e marcate.

Secondo i calcoli più attendibili, nella regione sono circa 700.000 coloro che usano come prima lingua il friulano, ai quali si devono aggiungere gli altri 300.000 emigranti che lo conoscono e lo parlano nel resto del mondo, raggruppati principalmente nei vari Fogolârs furlans e Fameis furlanis dei cinque continenti. In tal modo i friulani costituiscono la maggioranza linguistica nella Regione Friuli Venezia Giulia e la seconda minoranza linguistica in ambito nazionale.

La condizione subalterna del friulano, storicamente reiterata sotto i patriarchi tedeschi e italiani e poi sotto il dominio di Venezia, Francia e Austria, continuò anche dopo l’annessione di gran parte del Friuli all’Italia e lo stesso plebiscito del 1866 propose solo la fredda scelta fra Italia e Austria, senza affacciare alcuna forma di autonomia. Al peggioramento della situazione culturale e linguistica del Friuli giunta con la propaganda della retorica nazionalista e l’azione accentratrice del fascismo, a poco riuscì l’opera blanda e priva di efficacia della neonata Società Filologica Friulana fondata a Gorizia nel 1919 (come la sorella Ligia Romontscha a Coira nei Grigioni), che nelle proprie qualità aveva una coscienza etnico-linguistica. Anche dopo la seconda Guerra Mondiale e la Costituzione italiana che prevedeva espressamente la tutela delle minoranze linguistiche storiche dello Stato, non venne accordato alcun riconoscimento o forme di salvaguardia e promozione, che finalmente furono assicurate solo cinquant’anni dopo con la legge 482 del 1999.

Il rinnovamento della coscienza sociale e letteraria avvenne soltanto dopo l’esperienza democratica vissuta durante la guerra di Liberazione dal nazifascismo che portò l’innovativa produzione letteraria di Pier Paolo Pasolini e della sua “Academiuta de lenga furlana” e il parallelo sorgere di diverse associazioni politiche e sociali per l’autonomia friulana. Nella Costituzione della Repubblica Italiana il Friuli entrò come parte della Regione autonoma Friuli Venezia Giulia (comprendente quindi anche il territorio di Trieste), la cui istituzione fu rimandata fino al 1963, a seguito al ritorno definitivo di Trieste all’Italia avvenuto soltanto nel 1954. Ma il testo della Costituzione non riconobbe alcuna personalità etnica al Friuli, né alle altre minoranze etnico-linguistiche dell’Italia, soltanto genericamente citate all’articolo 6. Neppure lo Statuto regionale fece qualcosa di più; infatti l’articolo 3 cita soltanto la presenza di gruppi linguistici, senza fare neppure i loro nomi, né ipotizzare futuri diritti.

L’ iniziativa per ottenere il riconoscimento dell’identità etnico-linguistica riprese con l’azione del gruppo politico Moviment Friûl (Movimento Friuli), che però, dopo la sua prima più illustre fase di rivendicazione e di lotta, non portò a grandi risultati, appiattendosi spesso sui programmi delle maggioranze politiche regionali. Nel contempo si fece più pressante la domanda dell’insegnamento della lingua friulana nelle scuole (già avviata pionieristicamente ancora negli anni Cinquanta dalla Scuele Libare Furlane), la richiesta di un’Università friulana libera dal colonialismo universitario triestino e le concrete aperture della liturgia cattolica operate dalla sua lungimirante gerarchia nei primi anni Settanta.

Il fermento autonomistico e di riscoperta della propria identità etnico-culturale, rimasto nascosto per lungo tempo nella coscienza del popolo friulano, emerse negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento per esplodere negli anni Settanta, quando il clima democratico più maturo permise una discussione più ampia e obiettiva. A ciò si aggiunse la tragedia del terremoto del 1976, che portò un’ulteriore presa di coscienza ed una motivazione ancora più fervida nel chiedere quel riconoscimento che secoli di dominanza aveva negato. Così alla ricostruzione del tessuto urbano sconvolto dal sisma, si associò quello della cultura con l’istituzione dell’Università del Friuli (1977) e il varo delle prime timide leggi regionali di promozione della produzione letteraria e teatrale in lingua friulana, nonché delle espressioni artistiche e musicali di autori friulani, prima mediante gli esigui sussidi elargiti dalla legge regionale n. 68 del 1981 tramite le Amministrazioni provinciali, poi attraverso un più organico, ma sempre insufficiente, quadro di intervento previsto dalla legge regionale n. 15 del 1996.

La comunità dei friulani riconosce la sua unità etnica soprattutto grazie al linguaggio, che così assume le funzioni di autoidentificazione sociale e unificazione culturale. In tal modo, per designare l’insieme del territorio dove si parla la lingua madre, i friulani usano il termine “Furlanìe”, parallela all’espressione “Romontschìa” adoperata nei Grigioni, per definire l’insieme dell’area dove si parla il ladino occidentale. L’atteggiamento dei friulani verso la loro lingua è però ambivalente, perché se da un lato essi sono orgogliosi del loro linguaggio e si sforzano di affermarlo come mezzo di comunicazione a livello superiore (“Il friulano non è dialetto ma lingua”), dall’altro lato essi gli accordano un insufficiente prestigio come strumento di promozione sociale e come intermediario culturale, imponendo ai figli di servirsi dell’italiano o addirittura del veneto. La presunta “inferiorità” culturale della lingua friulana è stata alquanto ridimensionata dagli interventi di tutela e promozione della lingua friulana operati in questi ultimi decenni dalla Società Filologica Friulana e dalla giovane Università degli Studi del Friuli (Enti comunque quasi sempre contrapposti fra di loro e quasi mai operanti in collaborazione e in sinergia), dal consolidamento del friulano tramite la notevole produzione a stampa in lingua friulana favorita anche dalla legislazione regionale di promozione culturale e dalle nuove possibilità di usare il friulano negli atti ufficiali della pubblica amministrazione, nella radio e nella televisione, previste dalla legge nazionale 482/1999.

Diamo ora uno sguardo più approfondito alla legislazione della lingua friulana. Fino al 1996 i pochi e sporadici riferimenti relativi a norme e disposizioni legislative a carattere nazionale e regionale che riguardavano la lingua friulana erano del tutto indiretti, incidentali e assolutamente generici ed inefficaci sul piano pratico. Infatti essi si inserivano piuttosto nelle finalità e nei contenuti dell’art. 9 della Costituzione della Repubblica Italiana (tutela del patrimonio culturale) piuttosto che in quelli dell’ art. 6 della stessa (tutela delle minoranze linguistiche), seguendo l’orientamento e la politica linguistica dei governi centrali e dello spesso Parlamento italiano, assolutamente poco sensibili alla promozione e al riconoscimento delle molte lingue minoritarie parlate nello Stato italiano. Le lingue e le culture delle minoranze etniche italiane erano considerate, anziché ricchezza e patrimonio nazionali, piuttosto quali argomento e pretesto per possibili motivi disgreganti l’unità linguistica, culturale e forse anche politica dello stato repubblicano.

Dopo alcuni sporadici quanto insufficienti e disorganici provvedimenti in favore della cultura friulana, il Consiglio della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia il 27 febbraio 1996 approvò la prima legge organica di tutela e promozione della lingua friulana che, pur rientrando nel solco delle norme emanate soprattutto per la politica culturale (anche a causa della struttura dello Statuto di autonomia che non consentiva il riconoscimento della lingua friulana), contiene alcuni enunciati e determinate norme senza dubbio qualificanti per i diritti linguistici. In particolare, l’ articolo  2 della predetta legge regionale considera la tutela della lingua e della cultura friulane una questione centrale per lo sviluppo dell’autonomia speciale e gli articoli 11 e 11 bis disciplinano la possibilità di stabilire precisi diritti linguistici a favore dei cittadini che parlano friulano.

Solo tre anni più tardi il parlamento nazionale, in attuazione dell’art. 6 della Costituzione italiana, il 15 dicembre 1999 approvava la legge n. 482, la prima legge statale di riconoscimento delle minoranze linguistiche storiche della nazione, firmando l’anno seguente la Carta europea delle lingue regionali o minoritarie. In virtù della legge, la lingua friulana viene introdotta nella pubblica amministrazione (art. 9), nella stampa e nei programmi radiotelevisivi (art.12) e nella scuola (art. 4), dove verrà usata come lingua veicolare e strumento di insegnamento, ma dove potrà anche costituire materia curricolare.

La grammatica friulana di Madriz-Roseano

Mario Martinis

Pagina aggiornata il: 16/05/2016 11.07 

A cura della Redazione Web - Nota informativa - Cookie info | C.F. 00400130308