Storia

La preistoria

Le più remote presenze umane in Friuli risalgono al Paleolitico superiore, mentre più precisi rinvenimenti costituiti da strumenti in selce sono stati messi in luce in alcune grotte abitate dall’uomo preistorico, come quelle raccolte nel çondar des Paganis (Faedis) e in alcune altre attribuite dagli studiosi al Paleolitico medio (250.000-40.000 a.C.).

Dopo il periodo Mesolitico (10.000-5.000 a.C.) nel quale l’uomo imparò a costruire capanne, a cacciare, a pescare e a lavorare meglio la selce, in quello Neolitico (5.000-3.000 a.C.) si registrò la sedentarizzazione dei gruppi che si dedicavano all’agricoltura, all’allevamento del bestiame, alla tessitura dei vestiti, alla creazione dei primi recipienti in ceramica e alla realizzazione di nuovi strumenti in pietra levigata (asce, accette, scalpelli). È nel periodo Neolitico (5.000 – 3.000 a.C.) ed in particolar modo in quello Eneolitico (3.000-2.000 a.C.) che comparvero anche in Friuli i primi manufatti in rame (battuto e non fuso), poi in bronzo ed infine (dal 1000 a.C.) in ferro; la “civiltà dei metalli” impresse una forte accelerazione allo sviluppo materiale e culturale dell’uomo, favorendo la formazione di nuove strutture associative, la fabbricazione di utensili per l’agricoltura e la vita quotidiana, le prime forme d’arte e la diffusione di religioni e miti primitivi.

Diffuse sono le tracce lasciate dai gruppi umani nel territorio friulano dal 5.000 a.C. in poi; in particolare sono state rinvenute diverse stazioni neolitiche (Molin Nuovo, il più grande villaggio preistorico nella nostra regione, Sanguarzo, Invillino, ecc.) e i villaggi palafitticoli di Palù sul Livenza e di Qualso sul Torre. Pare, comunque, che nessuno dei popoli stanziati tra i fiumi Isonzo e Livenza prima del 1000 a.C. riuscì a impostare o strutturare un’unità etnico-culturale organica e autonoma.

 La protostoria

Fu con la cosiddetta “civiltà del ferro” che in Friuli si ebbe l’affermazione di popolazioni organizzate. Forse verso il 1000 a.C. dall’ Asia minore affluirono nell’attuale Friuli componenti euganee (legate in modo non ancora chiaro alle liguri e alle retiche) e venetiche (Paleoveneti) che in qualche modo assorbirono le preesistenti genti preindoeuropee qui sedentarizzate. La civiltà dei Veneti (o Paleoveneti) detta atestina da Ateste (l’attuale Este), che in Veneto andò evolvendosi per gli intensi scambi avuti con gli Etruschi, per i rapporti intrecciati con altri popoli stanziati nella penisola italiana e per gli scambi tenuti con le civiltà della Grecia e dell’Asia, non lasciò invece in Friuli larghe testimonianze e i pochi reperti del periodo qui trovati presentano piuttosto caratteristiche simili a quelle degli strumenti prodotti nella civiltà di La Thene (Svizzera) e di Hallstatt (Austria).

Risalenti a questo periodo, oltre a reperti in bronzo e in ferro, rimangono i manufatti detti castellieri, ovvero centri fortificati eretti in posizione dominante o strategica, costituiti da aeree sopraelevate di forma quadrangolare, ma anche ovale o circolare (in pianura come a Sedegliano e Gradisca sul Cosa), o sui pianori di rilievi (castellieri di collina o di monte, come a Rive d’ Arcano e a San Quirino), difesi dalla naturale conformazione del terreno oppure da terrapieni, cinte di mura a secco e palizzate in legno. Altre costruzioni caratteristiche di questo periodo (databili a partire dal 1° millennio a.C.) sono le cosiddette tombe (tumbare), consistenti in rialzi artificiali destinati alla inumazione dei corpi di guerrieri e personaggi illustri. Di questo periodo protostorico restano anche molti nomi di acque (idronimi) e di luoghi abitati (toponimi).

Verso il VI secolo a.C. i Gallo-Carni o Celti dilagarono nella pianura Padana e occuparono buona parte dell’Italia settentrionale. Questa popolazione di guerrieri, cacciatori e pastori in gran parte nomadi proveniente dall’ Europa settentrionale e occidentale si insediò anche nel nostro territorio, prima nella montagna e poi in pianura, a ondate successive, e relegò i Paleoveneti oltre il confine naturale rappresentato dalle acque del Livenza. Secondo lo storico greco Teopompo, dopo essersi insediati nella pianura i Celti fondarono la città di Achileia lungo il fiume da loro chiamato Achilis (che dovrebbe significare fiume dalle acque scure e profonde).

Sicuramente i Celti avevano creato una grande civiltà oltre le Alpi ed avevano portato con loro, nelle diaspore verso sud, i segni culturali e le strutture antropologiche della loro grande matrice identificativa e di appartenenza. In Friuli, la presenza celtica (non ci sono testimonianze di forme di strutture abitative) è attestata da diverse testimonianze di monete, bronzetti e ceramiche ritrovati in varie località, da reperti lessicali (bec, bragons, broili, brose, cjamese, cotule, fagot, garzon, grave, greppie, luiar, madrac, savon, slepe, soie, troi, ecc.), nonché da numerosi toponimi celto-latini (località con nomi terminanti in –icco e –acco, come Pantianicco e Primulacco), e da tradizioni collegate al calendario agrario come i fuochi rituali di determinati periodi della ruota dell’anno collegati al giro del sole e al ciclo della natura. L’attuale Friuli allora era la Carnorum regio, ovvero la terra abitata dai Carni (una delle tante tribù dei Galli transalpini), descritta dallo storico latino Tito Livio e prima di lui tracciata dallo stesso Strabone nella sua “Geografia”, come regione posta dallo stesso al di sopra o al di là dei Veneti

 

Figura virile preromana in bronzo

La romanità (181 a.C. – 452 d.C.)

 Roma cominciò ad interessarsi all’estrema regione nord-orientale della penisola italica verso la fine del III secolo a. C., quando una consistente ulteriore migrazione di popolazioni celtiche proveniente dal nord delle Alpi mirava a consolidare la già affermata presenza dei Celti nella bassa pianura, area senza dubbio strategica per il controllo delle vie militari e dei tragitti commerciali con l’Est nonché delle vie marittime con il Mediterraneo. Roma reagì e nel 181 a.C. avviò la deduzione della colonia latina di Aquileia.

Questa venne fondata (o forse costruita presso un precedente insediamento celtico, come sembrerebbe dimostrare l’origine non latina del suo toponimo) a 10 chilometri dalla costa adriatica e in diretto contatto con il porto marittimo di Grado mediante il corso navigabile del fiume Natisone lungo il quale era stato costruito il porto fluviale della colonia. Con Aquileia entrò nella regione l’idea di città quale centro direzionale coordinante tutte le attività di un intero territorio. Nella regione vennero inviati 3000 coloni sanniti con le rispettive famiglie (nel 169 a.C. se ne aggiunsero altri 1500), ai quali fu assegnata un’ampia estensione centuriata del territorio (a ogni colono vennero assegnati in proprietà 12 ettari e mezzo di terreno lottizzato con i decumani e i kardi), che essi bonificarono, resero fertile e coltivarono a cereali, alberi da frutto, viti e olivo. I fondi (funda) o poderi assegnati ai coloni erano organizzati secondo le regole dell’economia agraria romana con le terre coloniche e servili rette dalla villa padronale, che comprendeva l’abitazione e gli horrea del proprietario con le case dei coltivatori. I coloni dilatarono ben presto nella regione la lingua e i costumi latini innestandoli su quelli dei Celti e quindi integrando culturalmente le popolazioni indigene.

Con l’andare del tempo la regione acquisì sempre maggiore importanza per la sua posizione strategica e Aquileia da semplice colonia militare diventò capitale di una splendente e ricca regione agricola, oltre che primario centro commerciale (“portu et moenibus celeberrima”, secondo il poeta Ausonio). Per la sua felice posizione geografica, la grande città del nord adriatico divenne la base di partenza delle operazioni militari per le espansioni romane verso le pianure danubiane e le terre balcaniche, il grande e più settentrionale porto adriatico (con lo scalo di Grado) in diretto contatto con i porti dell’Africa settentrionale e del Medio Oriente, la grande urbs dell’estrema pianura Padana orientale, luogo obbligato di passaggio per le destinazioni e i commerci verso nord (Noricum) e verso est (Pannonia e Histria).

Così Aquileia divenne anche un importante snodo stradale e centro di un’articolata rete di vie di collegamento tra le principali arterie dell’Italia e i territori d’Oltralpe.

Servita dal porto fluviale urbano e dal porto-emporio marittimo di Grado, protetta dalla flotta che svernava in laguna e dalle guarnigioni militari che se ne servivano come base vitale per le loro spedizioni oltre le Alpi, Aquileia divenne una grande città e un fiorentissimo mercato per un vasto territorio circostante, perno e strumento, con la romanizzazione capillare, di un’intensa e sistematica fusione culturale, civile, linguistica ed economica.

Nei secoli successivi il processo di latinizzazione della regione proseguì celermente e sistematicamente procedendo anche da Tergeste (Trieste), Forum Iulii (Cividale), Iulium Carnicum (Zuglio) e Iulia Concordia (Concordia Sagittaria), gli altri quattro strategici municipi eretti da Giulio Cesare come teste di ponte nei punti geografici cardinali della regione. La città di Aquileia ebbe uno sviluppo esponenziale come centro portuale, emporiale, militare e amministrativo fino a diventare municipium e poi metropolis con Augusto, quando assunse la grande funzione di capitale della X Regio Venetia et Histria, estesa dall’attuale Lombardia alla Slovenia.

In definitiva, proprio nella città, nella centuriazione e nell’efficiente sistema stradale costruiti dai Romani, si trovano gli elementi fondamentali della conquista e della civiltà latina nella regione friulana.

Un altro elemento determinante per la storia e per la cultura di Aquileia prima e del Friuli dopo fu l’arrivo e quindi la diffusione del cristianesimo, che qui si affermò definitivamente sugli altri culti esistenti verso il V secolo. Nella metropoli adriatica romana, che era in stretto contatto con i porti, i mercati e quindi con le culture del bacino del Mediterraneo, nei secoli arrivarono, infatti, anche diversi culti e religioni dal Medio Oriente e soprattutto il cristianesimo, che anche qui trovò fertile terreno di diffusione (già nel 381 si tenne ad Aquileia il Sinodo contro gli Ariani a cui partecipò anche Ambrogio vescovo di Milano). La metropoli adriatica acquisì così anche un grande prestigio culturale e religioso, divenendo centro di irradiazione cristiana fra i più famosi del mondo antico. Cosi, essa venne a costituire dal punto di vista ecclesiastico il naturale centro di irradiazione e di “gestione” della nuova dottrina religiosa per il vasto e delicato “quadrante orientale”, un territorio ancora più vasto di quello facente parte dalla X Regio, comprendente aree a nord e a est delle Alpi come la Baviera, l’Austria, la Slovenia e l’ Istria.

Respinti gli assalti di Quadi e Marcomanni (166 d.C.), resistito all’assedio dell’imperatore ribelle Massimino il Trace (238 d.C.) e contrastato l’impeto dei Visigoti di Alarico (401-408 d.C.), dopo una lunga e tenace resistenza all’assedio degli Unni, Aquileia viene presa da Attila nel 452 d.C., iniziando un inesorabile declino che la porterà, causa anche il dissesto naturale del bradisismo con il conseguente impaludamento, alla lenta scomparsa.

Con la caduta di Aquileia prima (452) e dell’ Impero romano d’ occidente poi (476), il territorio aquileiese compreso fra le Alpi e l’ Adriatico e i corsi fluviali del Timavo a oriente e del Livenza a occidente continuò ad essere terra di transito, anche se non più regolato dall’organizzazione romana, oltre che luogo di penetrazione di popolazioni diverse, di incursioni di truppe e di passaggio di eserciti. Dopo gli Ostrogoti di Teodorico (489) e i Bizantini di Narsete (552) il territorio viene occupato dai Longobardi.

 

Plastico che rappresenta Aquileia ai tempi del suo massimo splendore

I Longobardi (568-774)

 Provenienti dalla Pannonia, dove per alcuni decenni erano stati in contatto con la cultura latina, i Longobardi guidati da Alboino superarono le Alpi Giulie attraverso la valle del Vipacco, occuparono Cividale dove fondarono il primo ducato italiano (che si estendeva entro i confini preromani dal Livenza al Timavo) retto dal duca Gisulfo, nipote di re Alboino, e si spinsero alla conquista dell’Italia Settentrionale. Proprio per difendersi le spalle, il ducato del Friuli diventò uno dei più forti d’Italia, formato dalle migliori fare, gruppi di famiglie imparentate.

I Longobardi si mescolarono ben presto con la popolazione latina autoctona e ne assunsero in parte la lingua e le consuetudini, fino a formare, anche con l’arrivo di molti slavi, un nuovo “popolo” dal “carattere” ben definito. L’occupazione non comportò sostanziali modificazioni alle strutture politico-amministrative della regione: vennero istituiti presidi militari nei punti nevralgici (dopo l’uccisione di Gisulfo da parte degli Avari, furono rafforzate le mura di Cividale e quelle delle città fortificate ancora dai romani), venne creato un nuovo sistema di appoderamento (campo friulano di circa 3500 mq, ottenuto dividendo in tre parti due appezzamenti centuriati contigui), fu confermato il demanio (ovvero lo spazio silvo-pascolivo di proprietà dello Stato; fatto importante per le successive donazioni), vennero istituite le arimannie (colonie di guerrieri-coloni a custodia di un luogo) e le curtis (sistemi di economia agricola chiusa e fortificata, con il proprietario del fondo che vi risiede). Furono nominati gli sculdasci (probabilmente legati al comando di un castello) e i gastaldi per l’amministrazione dei luoghi; nel secolo VIII si eleva il tono della vita e si sviluppano l’arte e l’artigianato (in particolar modo l’oreficeria).

I Longobardi sapevano lavorare bene la ceramica e i metalli, conoscevano le tecniche della filatura, della tessitura e dell’allevamento degli animali; erano abili cavalieri e cacciatori, oltre che temibili guerrieri, praticavano il commercio ma erano poco esperti di agricoltura. Oltre alle fatali discordie tra Longobardi, si verificarono due invasioni di Avari e una di Slavi che però vennero sconfitti dal duca Pemmone (fondatore di una scuola latina a Cividale), i figli del quale, Ratchis e Astolfo divennero prima duchi del Friuli e poi Re d’Italia.

I Longobardi, di religione cristiana ariana (credevano solo nella prima persona della SS. Trinità), si convertirono al cattolicesimo e fondarono diversi monasteri, fra cui quelli di Sesto sul Reghena e di Salt sul Torre, della Beligna di Aquileia e di S.Maria in Valle a Cividale. Furono proprio i Longobardi ad inaugurare la politica delle donazioni ai monasteri e alle istituzioni ecclesiastiche, avviando in tal modo quel processo di accumulazione di ricchezza che alla lunga avrebbe aumentato il peso politico della Chiesa aquileiese, unica istituzione veramente stabile in una zona contrassegnata da forte instabilità politica. La Chiesa di Aquileia, sostenuta dai Longobardi, si oppose alla Chiesa di Roma e a Bisanzio per la difesa dell’ortodossia (Scisma dei Tre Capitoli). Si consumò, così, anche una profonda  frattura fra Aquileia e Grado, che era rimasta fedele a Roma. Il vescovo di Aquileia cominciò a fregiarsi del titolo di patriarca e la sua giurisdizione ecclesiastica comincia a essere chiamata Patriarcato.

Altare di Ratchis

I Franchi (774-1077)

Dopo le scorrerie degli Avari, che misero a ferro e a fuoco anche Cividale, la fine del dominio dei Longobardi si verificò con l’arrivo dei Franchi. Gli ultimi Longobardi a cedere ai Franchi furono quelli del Duca friulano Rotgaudo che cadde sul Brenta nel 774. Carlo Magno incluse il Friuli nella “Marca orientale” (Osterreich) del Sacro Romano Impero e Forum Iulii assunse il nuovo nome di Civitas Austriae (città della regione più orientale del regno) che rifiorì, diventando un primario centro di cultura. Quindi egli distribuì ai suoi fedeli e alla Chiesa di Aquileia molte terre, introducendo così in Friuli il sistema feudale, insediò un duca, immise una nuova classe dirigente e dislocò sue guarnigioni. Paolino, fedelissimo di Carlo, venne nominato Patriarca di Aquileia

Risolto il problema della pressione avara, alla fine dell’VIII secolo anche il territorio di questi turbolenti vicini venne aggregato al Friuli. L’800 fu un secolo tranquillo, soprattutto sotto il conte Eberaldo (830-860), anche se la rigida struttura feudale non favorì l’autonomia e lo sviluppo della regione, che per oltre due secoli rimase oppressa da decisioni prese altrove e facile preda di occupazioni. Infatti tra l’899 e il 973 si verificarono molte incursioni ungare che devastarono grandemente popolazione e territorio friulani. Proprio per contrastare le vessazioni di questi violenti predatori, l’Imperatore Berengario (874-924) concesse numerosi poteri e sostanze a coloro che sul luogo potevano contrastare gli Ungari. Nel 928 Re Ugo donò alla Chiesa aquileiese tutta la diocesi di Concordia per la difesa.

Dopo la metà del X secolo, placata l’irruenza ungara, la vita lentamente riprese sotto i patriarchi Rodoaldo e Giovanni; quest’ultimo immise coloni slavi in Friuli, disponendoli ai fianchi della via Postumia, chiamata ormai Via Hungarorum. Alla chiesa vennero concesse deleghe su molte prerogative statuali (diritti militari e finanziari dello stato), territori e beni per la difesa del fianco orientale contro gli invasori.

La situazione del Friuli peggiorò con l’avvento della dinastia sassone. Con il dominio politico degli Ottoni di Germania e l’insediamento di molti signori feudali scesi dall’Oltralpe, il Friuli diventò contea sottoposta alla Marca di Verona e con quest’ultima fu assorbito nel ducato di Carinzia; questo altro non era che un’“appendice” del regno germanico. Nel contempo, sempre maggiore potere veniva riconosciuto dall’imperatore al Patriarca di Aquileia, che rimaneva l’ unica autorità in grado di mantenere l’ordine nella strategica regione posta come cuscinetto tra le regioni centroeuropee e quelle mediterranee. Per questo al Patriarcato di Aquileia furono elargite molte concessioni di territorio e diverse prerogative feudali.

 Il Patriarcato di Aquileia (1077-1420)

L’imperatore Enrico IV concesse al fedelissimo Patriarca di Aquileia Sigeardo (che lo ospitò dopo Canossa) la giurisdizione, con prerogative ducali, su tutto il territorio friulano compreso tra il Livenza e il Timavo (che fu staccato dalla Marca di Verona), concludendo un processo storico di donazioni ottenute dai patriarchi del secolo precedente come Rodoaldo (963-983), Giovanni (984-1019) e Poppone (1019-1042), il quale dette impulso all’economia, ricostruì la basilica di Aqulieia e innalzò il suo possente campanile.

Così il 3 aprile 1077 nacque la “Patria del Friuli”, ovvero il ducato che, nonostante successive perdite e smembramenti, costituirà quell’entità politico-amministrativa autonoma che permetterà anche l’origine e lo sviluppo della coscienza etnica e culturale del popolo friulano. Il patriarcato di Aquileia esercitò i poteri spirituale e temporale su Friuli, Cadore, Portogruarese, Carinzia, Stiria, Slovenia, e costituì una nuova e più evoluta forma di organizzazione politica dell’Europa medioevale (la Patria del Friuli); contribuì ad un miglioramento delle condizioni di vita della popolazione, al progresso economico e civile della regione (sviluppo delle attività economiche, dei commerci, dei traffici e delle manifatture, crescita dei centri urbani) e all’introduzione delle prime forme di partecipazione alla vita pubblica, soprattutto mediante il Parlamento della Patria del Friuli che si affiancò al potere del patriarca.

La struttura dello stato patriarcale friulano era modellata su quella dei grandi principati ecclesiastici della Germania. Il Patriarca era Vescovo di Aquileia (Friuli, Cadore, portogruarese, Carinzia, Stiria e Slovenia), era metropolita (con giurisdizione ecclesiastica sui Vescovi suffraganei del Veneto e dell’Istria) e principe temporale con sovranità sul Friuli (deliberava in politica interna ed estera, giudicava in materia feudale e sentenziava in appello le cause civili e criminali, batteva moneta propria, riscuoteva imposte e censi, comandava un proprio esercito e stringeva alleanze). Il Patriarca veniva eletto dal Capitolo di Aquileia, ma riceveva l’investitura canonica dal Papa e l’investitura feudale dall’Imperatore (quest’ultima con grande fasto nella basilica di Cividale). Progressivamente la sede patriarcale viene trasferita a Cividale e dalla metà del XIII secolo nel Castello di Udine.

Il territorio venne suddiviso in circoscrizioni amministrative nelle quali esercitavano giurisdizione i feudatari o gli ufficiali patriarcali. Funzionava il Parlamento, formato dalle 3 classi del Clero, dei Nobili e dei Comuni, che assunse sempre maggiori poteri (al termine del suo sviluppo, nel XIV secolo, diventò la massima assise legislativa, tribunale di appello e tribunale amministrativo, ponendosi talora in posizione dialettica con lo stesso patriarca), le cui leggi vennero a formare le Costituzioni della Patria del Friuli. Funzionava anche il Comune (come in buona parte d’Italia) di matrice borghese e per l’emancipazione dal sistema economico feudale, ma in solidarietà con il Principe per il mantenimento della legalità istituzionale contro i soprusi della nobiltà. Le consuetudini dei Comuni vennero raccolte negli Statuti Comunali. Le “comunità rustiche” si riunivano nell’ assemblea generale dei capifamiglia, detta vicinia, per discutere e votare le decisioni più importanti per la vita del paese, contenute negli “statuti rurali”.

Con il Patriarcato il territorio tornò a popolarsi, si sviluppò l’economia, si costruirono infrastrutture, si animò la vita religiosa e culturale portando ad un generale benessere, contrastato però dalla rissosità della nobiltà locale, dall’antagonismo fra i maggiori comuni, dalla mortificazione del sistema feudale, dal ricorso alla violenza. Quando alla crisi interna si aggiunsero dall’esterno le mire espansionistiche dei potenti vicini (Repubblica Veneta e Casa d’Austria) venne a profilarsi la caduta dello stato patriarcale.

Le vicende politiche dello stato patriarcale si possono dividere in due periodi distinti per il diverso orientamento della politica estera perseguita; il primo coincide con governo dei patriarchi cosiddetti “Ghibellini” perché fedeli alla politica imperiale che giunse fino alla metà del Duecento, mentre il secondo, quello dei patriarchi cosiddetti “Guelfi”, che seguirono una diversa politica di alleanze e di autonomia dall’impero, avvicinandosi sempre di più alla sfera italica.

Con la morte di Marquardo scomparve l’ultimo grande principe dello Stato patriarcale, che 40 anni dopo si estinse per le insanabili divisioni della classe feudale dirigente, per i dissidi fra Udine e Cividale e per la debolezza del governo centrale. Dopo i primi atti di guerra del 1412 e una tregua di 5 anni con l’imperatore Sigismondo, Venezia invase il Friuli nel 1418 e dopo due anni di razzie e violenze il suo esercito entro in Udine il 7 giugno 1420, annettendo la maggior parte della regione.

 

Vessillo patriarcale

La Serenissima Repubblica di Venezia (1420-1797)

Le truppe di Venezia occuparono il Friuli, che in tal modo venne a far parte di uno stato più ampio, forte e riconosciuto in Europa, sottraendo la regione friulana dall’isolamento politico e dall’arretratezza economica. Il Friuli era considerato dalla Serenissima come importante territorio di collegamento politico ed economico tra le terre germaniche, slave e italiche, ovvero strategica cerniera orientale del suo vasto territorio che andava dall’Adda all’Isonzo.

<p">Per fronteggiare i Turchi (incursioni nel 1472, 1477 e 1499) e l’Impero Asburgico (che, oltre al possesso di Pordenone, Duino e del porto di Trieste, nel 1516 aveva ottenuto la Contea di Gorizia con Gradisca), nel 1593 Venezia iniziò la costruzione della fortezza di Palmanova (con il sistema di roccaforti a La Chiusa sul Fella, Osoppo sul Tagliamento, Monfalcone, Gradisca sull’Isonzo e Marano). La lega di “Cambrai” fra francesi, austriaci, spagnoli e papalini contrastò la Repubblica Veneta e tra il 1509 e il 1514 il suo esercito passò e ripassò il Friuli con grandissimi danni per popolazione e territorio. Un’altra guerra si ebbe tra il 1615 e il 1617 tra Venezia e l’Austria per la conquista della fortezza di Gradisca, che comunque restò all’Austria.

Dalla prima metà del 500 la vita in Friuli si fece più tranquilla: le arretrate condizioni dell’agricoltura lentamente trovarono un certo sviluppo (anche se restò il maggese, ovvero il fermo della terra ogni tre anni), anche attraverso la comparsa del mais, della patata e di altri ortaggi, nonché mediante i numerosi attrezzi in ferro prodotto dagli artigiani (soprattutto a Cividale) dopo l’importazione della materia prima dalla Germania e la produzione di energia idraulica lungo rogge e canali per muovere le pale di mulini ed altri opifici ad acqua. Dopo la crisi demografica ed economica prodotta da una ventina di epidemie pestilenziali (scoppiate tra il 1576 e il 1630) che fecero migliaia di morti e una serie di cattivi raccolti (verificatisi tra gli ultimi decenni del 500 e i primi decenni del 600), la popolazione aumentò e raddoppiò tra il Seicento (190.000 abitanti) e la fine della Repubblica (360.000 abitanti).

Sotto il profilo istituzionale e amministrativo, il dominio veneto portò sensibili cambiamenti. A Udine risiedeva il Luogotenente Generale (mentre nei principali centri era di stanza un Capitano e i luoghi di antichi privilegi erano affidati ai Rettori) che governava a nome del Doge. Del sistema istituzionale precedente venne mantenuto il Parlamento, che riuniva in assemblea 72 voci (prelati 14, nobili castellani 41, comunità 17), ma che non aveva il grande potere mantenuto con il Patriarca, limitandosi ad esercitare funzioni di competenza minore e locale. I nobili ebbero invece vasto potere nelle loro giurisdizioni, dove esercitarono il diritto di giudicare “in prima istanza” (la seconda istanza era esercitata dai Rettori o dal Luogotenente, mentre l’ultima istanza era dei Consigli veneziani); essi sfruttarono all’inverosimile i contadini e le plebi rurali e così, ogni tanto serpeggiava nelle campagne qualche sommossa, come quella del giovedì grasso del 1511, durante la quale i contadini assaltano e incendiano diversi castelli. Allora il Governo Veneto istituì la “Contadinanza”, una specie di “sindacato” rurale che permise ai contadini di opporsi in materia di imposte, affitti e lavori gratuiti, deliberati dal Parlamento, appellandosi ai tribunali superiori di Venezia. In sede locale continuarono a funzionare i consigli comunitari e le assemblee vicinali.

Fra il 600 e il 700 si svilupparono l’edilizia e l’artigianato e nacque una borghesia dell’industria e del commercio, nonostante i monopoli protettivi per la città di Venezia. Anche in Friuli comparve la coltura del baco da seta e del gelso, che soltanto in parte alleviò la costante crisi agricola e alimentare. Gli influssi della dominazione veneta portarono il Friuli verso le forme culturali veneziane e italiane (riscontrabili nella pittura, nell’architettura, nella mentalità indotta dalla legislazione e dalla prassi amministrativa e addirittura nella lingua, in quanto il veneto divenne la parlata abituale dei nobili e dei borghesi di città), anche se riuscì a conservare integra la matrice della propria diversità etnica e della propria identità culturale. Nel 1751 viene definitivamente soppresso il Patriarcato di Aquileia, limitato ormai da tempo al solo potere spirituale, e create le Arcidiocesi di Udine e di Gorizia. Sconfitti gli austriaci sul Tagliamento, dopo una breve occupazione, con il trattato di Campoformido (17 ottobre 1797) Napoleone cedette il Friuli all’Austria in cambio della Lombardia e dei Paesi Bassi.

 

Leone di San Marco

La Francia e l’ Austria (1797-1866)

Il Friuli passò più volte sotto il dominio francese (1797, 1805 e 1813) e sotto quello austriaco (1798, 1805,1813-1866).

Il governo napoleonico abolì i privilegi nobiliari, applicò il codice civile, introdusse il catasto dei terreni e dei fabbricati, nonché il sistema metrico decimale. Suddivise il Friuli nei “dipartimenti” del Tagliamento (Treviso), dell’Adriatico (Venezia) e di Passariano (Udine), organizzò l’attività dei comuni (molte volte aggregandoli fra loro) con l’accesso di attivi esponenti friulani, favorì alcuni lavori pubblici.

Il governo austriaco ristabilì le circoscrizioni amministrative prenapoleoniche (il Friuli centro occidentale fu diviso tra il Dipartimento di Passariano e quello del Tagliamento) e nel 1814 incluse il Friuli nel Regno Lombardo-Veneto, Gorizia e Gradisca andarono a far parte del Regno Illirico nel 1816, mentre nel 1838 il mandamento di Portogruaro venne aggregato alla provincia di Venezia. Gli austriaci favorirono la nascita di nuove industrie, la diffusione del gelso e la produzione industriale della seta, costruirono le ferrovie da Venezia a Trieste e da Conegliano a Udine, togliendo definitivamente il Friuli dall’emarginazione. Lo sviluppo dell’agricoltura venne frenato dalla peronospera e dalla filossera, che colpirono la patata e la vite; a ciò si aggiunse la crisi dell’industria della seta, che portò al grande fenomeno della migrazione definitiva di tanta parte della popolazione attiva (Argentina e America) e temporanea (Europa Centrale e Orientale). Gli avvenimenti del 1848 trovarono un’eco in Friuli (rimasto indifferente ai fatti risorgimentali) con la costituzione a Udine del “Comitato Provvisorio del Friuli”, al quale venne consegnata la provincia udinese; ma in breve un’armata austriaca rioccupò l’intera regione. In seguito a questi fatti si sviluppò una maggiore dinamica politica all’interno dei gruppi liberali e “azionisti” friulani, che aderirono alla causa italiana perché speravano nel rilancio dell’economia e nella costituzione di uno stato moderno e più aperto alle forme politiche della democrazia.

 L’età contemporanea (1866- 2000)

Nel 1866 si concluse la terza Guerra d’Indipendenza. In luglio i reggimenti dell’esercito italiano entrarono in Friuli (a Udine il 26 luglio) e lo liberarono nell’ottobre successivo. Con il trattato di Sant’Andrat del Judrio il Friuli passò all’Italia, mentre il territorio goriziano oltre lo Judrio e Trieste restarono all’Austria fino alla fine della Prima Guerra Mondiale.

Fra il 1866 e il 1914 il Friuli registrò un discreto progresso sociale, culturale ed economico; con l’incremento delle opere pubbliche (soprattutto ponti e strade, mentre nel 1859 entrò in esercizio la linea ferroviaria Venezia-Pordenone-Udine-Gorizia-Trieste, nel 1879 la ferrovia “pontebbana”, nel 1886 la linea Udine-Cividale, nel 1888 la linea Udine-Latisana e nel 1897 la linea Venezia-Monfalcone), lo sviluppo dell’agricoltura e dell’industria, l’istituzione di banche e istituti di credito e la diffusione dell’istruzione elementare.

Ma la vita regionale restò periferica rispetto a quella che si svolgeva nelle aree centrali e di grande influenza e il lento progresso non riuscì ad assorbire la numerosa manodopera locale, tanto che, soprattutto dopo la crisi che investì il mercato internazionale della seta, si sviluppò il grandioso fenomeno dell’emigrazione di tanti friulani, che durerà fino ai primi decenni del Novecento. Nel 1880 si registrò il grande esodo dei friulani verso l’Argentina (e poi il Canada e gli Stati Uniti), quando l’emigrazione stagionale verso i paesi dell’Europa centrale (Germania, Belgio, Francia e Svizzera) non bastava più. I governi italiani restarono insensibili ad ogni decentramento regionalistico, ad ogni riconoscimento e azione di valorizzazione delle culture locali e il ceto borghese, coltivando ideali nazionalistici, smarrì la coscienza della propria individualità etnica e culturale. All’inizio del Novecento, la questione sociale produsse fermenti politici: su iniziativa socialista si svilupparono le Leghe di lavoro e le Cooperative, alle quali seguirono anche le prime leghe cattoliche

La Grande Guerra (1915-1918) provò duramente l’intero Friuli, che diventò uno dei suoi fronti più stabili e sanguinosi. Udine, sede del comando supremo, fu chiamata la “capitale della guerra”. Il 27 ottobre 1917 avvenne la “rotta di Caporetto” con l’invasione del Friuli da parte dell’esercito austroungarico; buona parte della popolazione friulana si rifugiò nella altre regioni italiane, da dove rientrò soltanto alla fine delle ostilità trovando terre desolate, morte e distruzione. L’esercito italiano senza ordini, dopo la ritirata si attestò sulla riva destra del Piave, da dove un anno dopo, nell’ottobre 1918, sotto il comando del generale Cadorna cominciò la riconquista delle terre perdute fino alla vittoria finale, determinata più che altro dal disfacimento dell’Impero Austro-Ungarico. I militari italiani deceduti furono oltre seicentomila, moltissimi gli invalidi e i feriti anche tra la popolazione.

La guerra produsse gravissimi danni all’intero sistema economico regionale e causò un ritardo nello sviluppo del Friuli di almeno dieci anni rispetto alle altre regioni dell’Italia settentrionale. La fine della guerra e la dissoluzione dell’ impero Austro-Ungarico portarono alla riunificazione del Friuli con Gorizia (venne istituita la Provincia del Friuli che però non comprese il portogruarese che restò sotto Venezia) e Trieste (con il territorio monfalconese), oltre allo spostamento del confine orientale con l’inclusione dell’Istria.

Tra il 1922 e il 1943 il regime fascista esercitò in Friuli un acceso nazionalismo in funzione antislava e antitedesca. A nulla valsero le eroiche e insanguinate gesta dei militari friulani e delle loro campagne di Russia, Grecia, Albania e Africa nell’ambito di una guerra, oltre che sbagliata, ancora una volta mal condotta e organizzata. Nacque e si sviluppò una forte e decisa opposizione antifascista, sollecitata principalmente dai socialisti, dai comunisti e poi anche dai popolari.

Negli anni 1943-1945, la Seconda Guerra mondiale colpì ancora duramente il Friuli, che, con l’Istria, venne incluso nel Adriatisches Kustenland (Litorale Adriatico) facente parte del Terzo Reich. Questi sono anni particolarmente duri e dolorosi per la popolazione friulana, con diversi episodi come l’occupazione della Carnia da parte dei Cosacchi, diversi eccidi, azioni di guerra contro la popolazione. Nacque la Resistenza all’occupazione nazifascista e la formazione dei gruppi partigiani delle brigate “Garibadi” e “Osoppo.

I partigiani combatterono contro i nazifascisti e consentirono la nascita delle “zone libere” della Carnia e del Friuli Orientale e quindi la Liberazione di tutto il territorio regionale nei primi giorni di maggio del 1945. Per le importanti azioni compiute, la città di Udine, a nome dell’intero Friuli, venne insignita della medaglia d’oro al valore della Resistenza della Repubblica Italiana.

La sconfitta dell’Italia nella Seconda Guerra mondiale, oltre ai lutti e alle distruzioni del conflitto, portò anche il triste esodo degli istriani e dei dalmati che, costretti ad abbandonare le loro terre, trovarono rifugio in Italia e in molti casi nel goriziano. Nell’immediato dopoguerra la popolazione friulana si impegnò con coraggio e audacia nell’opera di ricostruzione materiale, morale ed economica del territorio.

Negli anni Cinquanta riprese l’emigrazione di massa verso Belgio, Francia, Svizzera, Canada e Australia, mentre i lavoratori rimasti ripararono le ferite della guerra e avviarono il processo di sviluppo economico che già si era manifestato nelle altre regioni del Nord. Fino agli anni Sessanta, però, il Friuli rimase un serbatoio di manodopera per il “triangolo industriale” italiano (MI-GE-TO). Gli anni successivi alla guerra devono essere ricordati anche per le lotte autonomistiche che portarono al riconoscimento istituzionale del Friuli e di Trieste come regione autonoma. Infatti il 31 gennaio 1963 il Parlamento della Repubblica Italiana con legge costituzionale istituì la Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia comprendente le Province di Trieste (liberata definitivamente nel 1954), di Gorizia e di Udine, dalla quale nel 1968 venne istituita la Provincia di Pordenone nel territorio posto alla destra idrografica del fiume Tagliamento.

Il 6 maggio 1976 un disastroso terremoto colpì il Friuli, quando gli abitanti di questa martoriata terra di confine avevano appena concluso una lunga rincorsa verso il raggiungimento di un buon livello di vita e che, dopo la nuova catastrofe naturale, dovettero ricominciare l’ennesima ricostruzione. Il disastro provocò un migliaio di morti, molti feriti, gravissimi e ingentissimi danni materiali alle abitazioni, alle attività produttive, al patrimonio artistico e alla stessa tradizione culturale. L’opera di ricostruzione partì immediata, anche per la solidarietà ed il sostegno di grandi finanziamenti che arrivarono da tutto il mondo ed in particolare per il pronto e sostanziale aiuto dello Stato che si sentiva storico debitore verso la popolazione friulana, che aveva lungamente sofferto in questo estremo angolo d’Italia per le sorti storiche dell’intero paese

L’ 8 agosto 1977 il Parlamento italiano istituì l’Università del Friuli quale “organico strumento di sviluppo e di rinnovamento dei filoni originali della cultura, della lingua, delle tradizioni e della storia del Friuli”. Venne così raggiunto il sogno di molte generazioni di friulani per quel centro superiore della cultura che, integrandosi con le altre realtà dinamiche del territorio per lo sviluppo definitivo di questa regione di confine, dovrà costituire il cuore dell’identità storica e culturale del Friuli.

Il 15 dicembre 1999, con la legge n. 482 la Repubblica Italiana tutela la lingua e la cultura delle popolazioni albanesi, catalane, germaniche, greche, slovene e croate e di quelle che parlano il francese, il franco provenzale, il friulano, il ladino, l’occitano e il sardo. Finalmente il friulano viene riconosciuto come lingua minoritaria dello Stato.

 

 

Pagina aggiornata il 03.05.2016