Storia della provincia

La configurazione amministrativo-geografica e la denominazione stessa dell’attuale Provincia di Udine sono più volte mutate nel tempo e con i regimi che l’hanno retta, in una evoluzione istituzionale dai caratteri di forte originalità rispetto ad analoghe realtà politico-amministrative in Italia ed in Europa. Osserva a tal proposito, già nel Settecento, Gian Giuseppe Liruti che le istituzioni amministrative friulane “si andarono cangiando, secondo che si andava cangiando la maniera del governo” e tale sviluppo storico legato anche ai mutamenti della consistenza territoriale  è ancora assai significativo quale esperienza utile al futuro delle autonomie locali.

Dalle prime documentazioni storiche questo territorio non ha avuto una sua precisa identità poiché compreso in “contenitori” più ampi: al tempo dell’impero romano la X regio Venetia et Hystria, più tardi, con i Longobardi, il Ducato di Forum Julii, e , poi, la Marca friulana, sino a giungere alla appartenenza, dal punto di vista civile, alla patriarcale e poi veneziana “Patria del Friuli” e, dal punto di vista ecclesiastico, alla vasta Diocesi di Aquileia.

Per Pacifico Valussi la Provincia di Udine per costituirsi dal punto di vista territoriale e nella coscienza comune non può essere considerato alla stregua dell’ente non originario cioè istituito dalla autorità statale com’è qualificata solitamente la Provincia, poichè si tratta di una “provincia naturale”.

La prima amministrazione provinciale in Udine è, dopo il 1797, L'IMPERIAL REGIO CAPITANIATO PROVINCIALE (1797-1805). In seguito, infatti, alla divisione del Veneto, ceduto all’Austria con il trattato di Campoformido, in sette province ( editto imperiale 16 marzo 1803 ), anche in Udine venne istituito un capitanato provinciale, organo amministrativo statale dipendente dal governo generale di Venezia.

Il concetto moderno di Provincia è, però, sicuramente figlio della Rivoluzione Francese che, alla fine del Settecento, suddivide il territorio della Repubblica d’oltralpe in dipartimenti, dopo aver abolito ogni retaggio feudale dato che prima del 1790 la Francia era suddivisa in Province-feudo che si richiamavano genericamente al concetto romano, in origine territori conquistati, sottoposti al dominio dell'Impero e non aventi diritto alla civitas. Il centralismo rivoluzionario mette a capo dei dipartimenti dei prefetti quali rappresentanti dello Stato centrale e da esso nominati.

   Nella foto: il palazzo della Provincia di Udine

Lo stesso criterio viene successivamente esportato anche in Germania ed in Italia e, nel 1806, nasce, nell’ambito del napoleonico Regno d’Italia, il Dipartimento di Passariano, con capoluogo la città di Udine, che comprende la quasi totalità del territorio friulano retto sino ad allora dalla Serenissima. Il Dipartimento è essenzialmente il nucleo fondante dell’attuale Provincia di Udine ed in esso è centrale la figura del prefetto nominato dall’imperatore – re. Il più noto è il mantovano Teodoro Somenzari (n.1771) fedelissimo di Napoleone tanto che chiude la sua brillante carriera pubblica alla testa del Dipartimento del Reno. Egli si propone alcuni obiettivi :” Quindi riconobbe utile che tutti gl'impiegati pubblici ricevessero l'onorario suo dalla mano, che le grandi strade fossero sua opera e pompa, e che la gioventù ricevesse una impressione uguale e conforme a' suoi fini”( P. Antonini).

Il Dipartimento di Passariano comprende  i Distretti di Udine, di Tolmezzo, di Gradisca e di Cividale, 19 cantoni, 131 comuni e, nel 1807, vi si registrano 290,411 abitanti, “ed era uno de'più estesi, benché alla stregua fra' meno popolati del Regno Italico, esteso quasi quanto l'antica Lombardia austriaca, di suolo ingrato in molte parti ed in alcune fecondo” (G. Pecchio).

Territorio e competenze amministrative di allora sono ridotti rispetto ad oggi, sebbene il prefetto nomini i sindaci e sorvegli le municipalità periferiche, i distretti ed i cantoni. Un consiglio generale di dipartimento, organismo dalle competenze limitate, tenuto a una sola sessione annua da svolgere sotto il controllo del prefetto stesso, è il primo organo elettivo della Provincia di Udine. Anche le materie di cui tratta sono poche, il che fa dire a qualche studioso che la debolezza delle province sia già quella di nascere senza competenze.

Il consiglio generale è costituito da membri eletti, che, a loro volta, designano un presidente e un direttorio esecutivo permanente. Di conseguenza nasce anche una struttura burocratica di pubblici funzionari  preposti ad uffici cui presiede un segretario generale.

In data 22 dicembre 1807 un decreto reale stacca dal dipartimento di Passariano il territorio a destra del Tagliamento e lo assegna al dipartimento del Tagliamento.

    Nella foto: Il palazzo della Provincia alla fine dell'ottocento

Nel 1815, cessata la dominazione francese, il Friuli già appartenuto alla Serenissima entra a far parte del nuovo Regno Lombardo – Veneto e costituisce una delle otto province del vicereame veneto cui è preposto un delegato provinciale (il più noto e temuto fu Giovanni Battista di Stratico), principalmente capo della polizia, mentre l’organismo rappresentativo prende il nome di imperial regia delegazione provinciale o congregazione provinciale.” Per conseguenza il corso dell'Isonzo cessò di essere confine, e si vollero dal Regno Lombardo-Veneto esclusi Grado e tutto l'agro Aquilejese, esclusi i territorii di Gradisca e di Cormonsio con parecchi villaggi che in passato appartenuto avevano a'Cantoni di Cividale e di Palma. Fatte le quali segregazioni, restituito alla Carinzia Tarvisio con Mal- borghetto e Weissenfels, ciò che rimase del Dipartimento di Passariano costituì la nuova Provincia di Udine, alla quale si aggiunsero di poi i territorii di San Vito, Spilimbergo, Pordenone, Maniago, Aviano e Sacile sulla destra del Tagliamento.”(P.Antonini).

L’I. R. Delegazione Provinciale di Udine ha in detta città il Delegato, due Aggiunti, il Medico e il Chirurgo di Delegazione, il Segretario, due Alunni di concetto, un Protocollista, un Registrante, tre Cancellisti e cinque Accessisti, oltre i Ragionieri, Computisti e Scrittori.

La Congregazione Provinciale ha quattro Deputati Nobili, quattro dei non Nobili, un Deputato della città capoluogo, un Relatore, Ragionieri, Computisti, Cancellisti e Accessisti.

Gl' II. RR. Commissarj Distrettuali sono 21 e risiedono in Udine, S. Daniele, Spilimbergo, Maniago, Aviano, Sacile, Pordenone, S. Vito, Codroipo, Latisana, Palma, Civìdale, S. Pietro, Faedis, Moggio, Paluzza, Rigolato, Ampezzo, Tolmezzo, Gemona e Tricesimo..”(P.Antonini)

La sede della delegazione provinciale è nel già convento dei Filippini, ora via della Prefettura, sequestrato dal governo italico precedente e adibito a prefettura. Quale sede di rappresentanza viene scelto palazzo Antonini Belgrado.

La Provincia del Friuli

Il termine di “Imperial regia delegazione provinciale per la Provincia del Friuli” significa già  definire una individualità politica .La struttura amministrativa del Regno Lombardo Veneto determinata dalla normativa del 1816 sottopone all'autorità dei Governatori di Milano e Venezia le I.R. Delegazioni provinciali, organismi che sostituiscono le prefetture napoleoniche e funzionano come elementi di raccordo tra il centro e periferia. Il territorio sottoposto all'autorità dell' I.R. Delegazione della Provincia del Friuli, che ha sede in Udine, è suddiviso in distretti; a capo di ciascuno, e direttamente sottoposto all'I.R. Delegato, è posto un Commissario, a cui devono fare riferimento le amministrazioni comunali. La competenza politica dell'I.R. Delegazione è esercitata con l'ausilio di un organo consultivo, la Congregazione provinciale, formata da quattro deputati nobili e quattro borghesi. con una rendita annua di almeno 2.000 scudi. La Provincia di Udine è di seconda classe ed ha competenza su istruzione e opere pubbliche, acque, strade, affari camerali, affari politici, beneficenza, censo e comuni, culto, finanze, militare, polizia. Il Delegato ha soprattutto compiti di polizia e, quale rappresentante diretto del governo, deve vigilare  sulle disposizioni date dalla Congregazione provinciale ai Cancellieri del censo e alle municipalità, e controllare che non eccedano i limiti delle loro attribuzioni. Nel reclutamento dei funzionari elevati a tale carica prevalgono le ragioni politiche, tanto che alcuni di essi vengono scelti tra il personale tedesco. La delegazione provinciale è composta, oltre che dal regio delegato, da un vicedelegato, da alcuni aggiunti, da un segretario e da altro personale subalterno. Nell’ambito della delegazione operano un commissario di polizia, un censore e revisore delle stampe e dei libri, un protomedico col titolo di “medico provinciale” per gli affari sanitari, un ingegnere in capo coadiuvato da alcuni ingegneri ordinari e aspiranti ingegneri per gli affari delle acque e strade con il compito di fare “conoscere con esattezza i desideri ed i bisogni degli abitanti del regno”. La prima nomina dei deputati della Congregazione  provinciale viene fatta dal governo su liste di nomi proposti dai consigli comunali. Per le sostituzioni successive il deputato provinciale viene scelto dalla Congregazione centrale, che, in assenza di eccezioni, avrebbe confermato il primo di una terna di candidati proposti dalla congregazione provinciale sulla base delle indicazioni ricevute dai comuni.

L’eleggibilità dei deputati sia nobili che non nobili si basa essenzialmente sul censo. I deputati devono avere la cittadinanza del regno lombardo-veneto, la residenza nella provincia ed essere proprietari di beni immobili censiti per almeno 2000 scudi sempre nella stessa provincia. Per i nobili è richiesto il riconoscimento ufficiale della nobiltà. Le congregazioni provinciali hanno, inoltre, le seguenti attribuzioni nell’ambito del territorio provinciale: sovrintendere al riparto dei tributi e degli oneri militari tra gli enti locali, controllare l’andamento dell’amministrazione economica delle città e dei comuni di cui devono esaminare e approvare i bilanci preventivi e i conti consuntivi, stabilire interventi sulle arginature e disporre altri lavori riguardanti le acque e le strade, sorvegliare gli istituti assistenziali, gli ospedali e gli orfanotrofi. La facoltà concessa alle congregazioni provinciali di “accompagnare alla congregazione centrale qualunque rappresentanza, voto ed istanza sopra qualunque oggetto di pubblica amministrazione” unita alla possibilità di “provvedere entro i limiti delle loro facoltà, a ogni ramo della pubblica amministrazione” le rende un luogo importante del dibattito politico-istituzionale. I regi Delegati vengono incaricati di vigilare affinché tali limiti non siano oltrepassati. Per i compiti di raccordo politico-istituzionale tra i differenti livelli gerarchici, vengono accordati a ogni congregazione provinciale un “relatore, un cassiere, un controllore, ed un ragioniere”, mentre il protocollo, la registratura e la spedizione del carteggio sono comuni con quelli della regia delegazione. Nella loro attività politico-amministrativa le congregazioni sono sottoposte all’ispezione e controllo della congregazione centrale e devono eseguire puntualmente le disposizioni da questa emanate. Le competenze della Provincia del Friuli, sulla carta ampie (controllo sui bilanci comunali, sulle acque e strade provinciali, sugli istituti di pubblica beneficenza ed assistenza, ecc.), vengono tuttavia, svuotate nella pratica quotidiana al punto da non poter minimamente influire sulla conduzione degli affari.

Nel 1832 il Vice re del Lombardo Veneto stacca il Portogruarese, storicamente legato alla Patria del Friuli, dalla Provincia di Udine e lo assegna alla Provincia di Venezia.

La crisi della congregazione provinciale udinese si manifesta nel 1848 quando aderisce alla rivoluzione di Venezia del Manin e, dunque, interrompe i rapporti con il governo centrale.  Dopo il 1849 rimarrà sospesa  per reazione sino al 1856.

 

     Nella foto: Vittorio Emanuele II saluta la folla dal palazzo della Provincia (1866)

La rivoluzione serve a migliorare qualche aspetto: si stabilisce che le proposte dei consigli e dei convocati per le nomine dei posti di deputati divenuti vacanti si debbano formulare in pubbliche adunanze disposte dalle regie delegazioni, con assenso preventivo del governo per quelle dei consigli. Alle stesse congregazioni viene data la facoltà di rappresentare al governo l’idoneità e le qualifiche delle persone proposte dai comuni.

Nel luglio del 1866 una delegazione della congregazione provinciale di Udine, guidata da Gherardo  Freschi, si presenta a Rovigo dal re d’Italia Vittorio Emanuele II per portargli l’omaggio e la dedizione dell’intera Provincia.

 

Il commissario regio Quintino Sella

Il 4 agosto 1866 “Il Commendatore Quintino Sella Deputato al Parlamento Nazionale, è nominato Commissario straordinario del Re per la Provincia di Udine”.

Statista, economista, professore di mineralogia, il piemontese Quintino Sella (1827-1884) era stato ministro delle finanze dei governi Rattazzi, La Marmora e Lanza ed aveva fondato  nel 1863 il Club Alpino italiano e nel 1870 sarà tra coloro che vorranno Roma capitale d’Italia.

Egli prende alloggio in palazzo Antonini Belgrado e, nei pochi mesi in cui regge la carica straordinaria, dà avvio ad un gran numero di iniziative per dimostrare come egli propone al Ricasoli, che “il governo italiano è migliore di quello austriaco”, il canale Ledra Tagliamento, i miglioramenti viari sulla strada pontebbana compreso il ponte della Delizia sul Tagliamento, un istituto tecnico superiore, un quotidiano locale di informazione, la società operaia di mutuo soccorso.

Il Commissario regio si preoccupa di far funzionare l’Amministrazione della Provincia e  nomina la Congregazione provinciale, con uomini nuovi, e il suo Preside, Giambattista Moretti (n.1806).

Con l’annessione del Friuli al Regno d’Italia, nel 1866, Quintino Sella, inoltre, fa sperare i friulani  nella istituzione di una Università. Raccoglie intorno a sé, poi, un buon numero di persone che determineranno la nuova amministrazione della Provincia, la sua vita economica e sociale.

    Nella foto: Emilio Dies, Busto di Quintino Sella, sec. XIX

Quando, nell’ottobre del 1866, il plebiscito consacra l’unione all’Italia già di fatto effettuata con le armi, anche la Provincia di Udine viene riordinata secondo la legge Rattazzi di qualche anno prima.(1859) Ogni provincia vi si stabiliva fosse guidata da un Governatore con funzioni di ordine pubblico (poi rinominato nel col Regio Decreto n. 250 del 1860 Prefetto), coadiuvato da un vice-governatore, diretti dipendenti del Ministro dell'Interno, con un consiglio provinciale eletto dal governo di 5 membri al massimo, che fungeva da giudice amministrativo. La Provincia è divisa in  circondari, mandamenti e comuni . Il suo territorio per un breve periodo ricomprenderà anche il mandamento di Portogruaro, che, poi, definitivamente sarà assegnato di nuovo a Venezia.

 

La Deputazione provinciale dal 1866  al 1915

 

Il primo prefetto del regno sabaudo in Udine è Giovanni Lauzi e prenderà la guida della Provincia a cominciare dal 1867.

I lavori del Consiglio Provinciale possono essere seguiti dall’opinione pubblica nelle rubriche fisse ospitate sui giornali  del tempo che danno contezza delle deliberazioni prese ed anche del dibattito, suscitando l’interesse dei lettori. Ad esempio uno degli argomenti più “caldi” è l’irredentismo, che produce colonne interventi appassionati.

Secondo la prospettiva risorgimentale la Provincia diventa un Ente “deputato alla rappresentanza degli interessi provinciali”. La sua estensione va dall’esterno delle mura di Palmanova fino al Meschio, da Pontebba sino alla laguna di Marano comprendendo sia la Destra che la Sinistra Tagliamento.

Dopo la conclusione della prima fase del processo di unificazione la legge  del 20 marzo 1865 n. 2248, concede alle Province una maggiore competenza deliberativa mediante la distinzione fra spese obbligatorie (istruzione, opere pubbliche, sanità) e facoltative. L’ulteriore legge 30 dicembre 1888 n. 5865 confluita, unitamente ad altre disposizioni legislative, nel Testo unico 10 febbraio 1889, n. 5921, introduce l’elezione dei Sindaci nei Comuni maggiori e dei Presidenti delle Deputazioni Provinciali. La Provincia è considerata ancora come organismo di controllo dei Comuni e degli altri Enti locali minori, pur continuando ad esistere la Deputazione come organo decentrato sull’amministrazione governativa. Con il Testo unico del 1889 la  Provincia  ha un ruolo territoriale attraverso la creazione della Giunta provinciale amministrativa e le elettività delle cariche, come organo intermedio fra Comune e Stato.

L’Amministrazione provinciale acquista una maggiore rilevanza istituzionale tanto da conseguire uno sdoppiamento: il prefetto conserva le competenze di rappresentanza governativa, di ordine pubblico e di autorità tutoria dei comuni e delle opere pie oltre al potere di annullare le deliberazioni che ritenga illegittime, mentre si sviluppa il Consiglio provinciale elettivo della durata di cinque anni con 50 membri il cui Presidente, da loro eletto, diventa il Presidente della Provincia. Il Consiglio provinciale esprime una deputazione di otto componenti

Dipende dal Consiglio Provinciale l’organizzazione degli uffici divisa in sezioni: la sezione legale  con un segretario capo, la sezione contabile con un ragioniere capo ed un ragioniere aggiunto, la sezione tecnica con un ingegnere capo, due ingegneri e due assistenti, la sezione sanitaria con un veterinario provinciale, la sezione di cancelleria con un direttore d’ordine ed un applicato. Infine vi è il “basso servizio” con 4 uscieri.

Una infinità di opere pubbliche intraprese in questi anni trasformano il volto del Friuli. Il linguaggio  paludato ufficiale dei resoconti giornalistici riesce comunque a rendere l’idea di un Consiglio Provinciale piuttosto solerte nel rilevare le necessità di un territorio estremamente arretrato. Assistenza ai comuni, provvidenze per alienati e poveri, caccia e pesca, patrimonio pubblico, bonifiche, agricoltura, sono alcune delle materie che entrano nella  preminenza della Provincia quale ente sovracomunale.

La Deputazione di otto membri, metà dei quali si rinnovano ogni anni è presieduta non più dal Prefetto, ma dal Presidente del Consiglio Provinciale e conta al suo interno un deputato anziano delegato a seguire gli uffici e gli impiegati.

Con il nuovo secolo, a partire dal 1907 il Consiglio si arricchisce anche di una rappresentanza cosiddetta “clericale”, espressione dei cattolici sino ad allora esclusi. Sono i più prestigiosi insegnanti del Seminario di Udine a farsi eleggere quali rappresentanti degli elettori cattolici e sono anche i più presenti e propositivi: don Giovanni Trinco, don Protasio Gori, don Giuseppe Ellero e con loro degli eminenti laici cattolici come Vincenzo Casasola, Giuseppe Brosadola, Giovanni Battista Biavaschi.

I vari Presidenti del Consiglio che si sono succeduti hanno dimostrato sempre un alto senso della istituzione dal nobile Antonino Di Prampero (1836- 1820), poi  senatore del regno al cattolico liberale a Ignazio Renier (1853-1934) che sarà a capo dell’Amministrazione dal 1902 sino alla grande guerra realizzando, tra l’altro, il manicomio provinciale a Sant’Osvaldo nel 1904 ed il reparto infettivi dell’ospedale nel 1907.

 

Una Provincia in guerra ed in esilio

 

Nel 1915 Udine è capitale della guerra ed il Consiglio provinciale nulla può con la legge marziale ed il governo dei militari, ma gli sono devolute ulteriori funzioni assistenziali per coloro che sono vittime del conflitto. All’annuncio della rotta di Caporetto tutto l’apparato amministrativo – politico viene inviato “all’interno del Regno”, sguarnendo la rappresentanza locale dell’Ente con un danno enorme per la popolazione. Persino i bimbi dell’Istituto Maternità ed Infanzia  vengono fatti partire con un treno speciale  per profughi.

La Provincia di Udine assieme al Prefetto si reinsedia nel dicembre 1917 a Firenze, capitale dell’esilio friulano.

Commissario governativo della Provincia in esilio è Luigi Spezzotti (1876-1964) che poi sarà Sindaco di Udine e senatore, presente in Consiglio Provinciale  dai primi del secolo e presidente dal 1906 al 1917 e dal 1919 al 1920.

 

Un fermento di democrazia

 

A fronte del disastro lasciato dalla guerra l’Amministrazione provinciale di Udine è chiamata a dare il suo contributo alla ricostruzione e si segnala il particolare impegno personale del Presidente Spezzotti stimolato anche dalle molteplici manifestazioni di protesta e scioperi in tutto il territorio. Il Consiglio provinciale  viene eletto con un suffragio più allargato e ciò permette l’ingresso dei cattolici del Partito popolare e dei socialisti accanto al blocco liberale.

Nel 1920 i popolari maggioritari  assumono da soli la guida della Provincia di Udine e viene eletto Presidente l’avv. Agostino Candolini. I socialisti sono presenti con un vivace Ernesto Piemonte.

La deputazione popolare formata fra l’altro da Fantoni, Tessitori, Pettoello, don Masotti, don Trinco, don Ostuzzi, Brosadola, ha, però, poca durata. Già al suo insediamento l’assenza del prefetto è un segnale di ostilità da Roma.

Con l’insediarsi del governo fascista nel 1922 l’ostilità sarà ancora maggiore sino allo scioglimento del Consiglio provinciale democraticamente eletto e il suo commissariamento con Francesco Rota.

 

La Provincia dei presidi e dei rettori

 

Con la fine della Iª guerra mondiale si assiste  già ad una restrizione di fatto dell’autonomia delle Province che si accentua con l’avvento del fascismo. Infatti, con la legge 27 dicembre 1928 n. 2962, si stabilisce la nomina regia di un Preside, avente i poteri della Deputazione e di un Rettorato con l’eliminazione dei sistemi di rappresentanza elettiva. Ciò per “sottrarre le amministrazioni locali alle competizioni e lotte elettorali ed affidarle a persone fedeli”.

Il successivo Testo Unico della legge comunale e provinciale, approvato con R.D. 3/03/1934 n. 383, che coordina e modifica le precedenti disposizioni in materia, in particolare attribuisce al Ministro dell’Interno anziché al Re la nomina dei Rettori, che per Udine sono 8 più 2 supplenti.

Il testo unico affida alla Provincia ulteriori compiti che verranno in seguito conservati  nel campo dell’edilizia scolastica e del personale per gli istituti tecnici, i laboratori di igiene e profilassi, la vigilanza sull’infanzia abbandonata e sull’ONMI, le bonifiche etc., con facoltà di costituire dei consorzi.

Nel 1923 la Provincia di Udine si allarga a dismisura sino a comprendere i  mandamenti  di Tarvisio, Tolmino, Caporetto, Circhina, Gorizia, Aidussina, Canale, Vipacco, Cervignano, Cormons etc..  Il 14 agosto di quell’anno  il consiglio provinciale di Udine  festeggia la ricomposizione  della “Patria del Friuli”. Questa decisione del governo fascista in funzione anti slovena crea innumerevoli polemiche e lunghi dibattiti perché mossa da ragioni politiche. Nel 1927 il regime riporta in vita la provincia di Gorizia lasciando però a Udine i mandamenti di Cervignano e di Tarvisio, dandole la configurazione territoriale che ha conservato sino al 1968.

Nonostante siano espressione del regime ed imposti dal prefetto i Presidi ed i Rettori della Provincia di Udine mantengono la tradizione di un alto profilo personale conservando in tal modo il prestigio dell’Ente.

Si può citare fra essi il  giurista Alberto Asquini che sarà deputato al Parlamento e membro della Camera dei Fasci e delle Corporazioni e, dal 1932 al 1935, sottosegretario di stato alle corporazioni per l'industria e il commercio.

Dopo l’8 settembre 1943 e l’occupazione germanica la Provincia di Udine assieme a quelle di Gorizia, Trieste, Pola, Zara, Lubiana, Fiume viene staccata dall’Italia per formare il Litorale Adriatico (Adriatische Kustenland) che dipende direttamente dal Reich germanico  e governato da Trieste dal gauleiter della Carinzia Friederich Rainer. Ogni parvenza istituzionale viene eliminata ed i comandi tedeschi hanno i pieni poteri. 

 

Simbolo della ritrovata libertà.

 Per il Comitato di liberazione, formato da tutti i partiti che partecipano alla resistenza contro i nazisti nel biennio 1943-45 pare un punto programmatico prioritario il ripristinare la Provincia.  Dopo il 1 maggio 1945 non solo viene confermata la autorità prefettizia come espressione periferica dello Stato, ma ci si avvia nella Costituzione della Repubblica a dare all’Ente una rappresentanza democratica. Prima di tutto poiché sono tempi difficili, specie al confine orientale, viene scelto un Prefetto in grado di collegare il governo locale a quello nazionale, di dialogare con il governo militare alleato che si installa in Provincia di Udine, di rappresentare una continuità con il prefascismo.

Prefetto della Provincia di Udine viene nominato così l’avvocato Agostino Candolini. Egli si preoccupa di ristabilire subito le funzioni del Consiglio provinciale che negli anni successivi sarà presieduto per un anno ciascuno da Melchiorre Chiussi, Mario Livi, Roberto Fradella e Faustino Barbina. Nel 1948 sarà lo stesso Candolini ad assumere la carica.

   Nella foto: Palazzo della Provincia, la facciata sul cortile

Se il fascismo aveva avvilito, di fatto, l’istituzione provinciale, il movimento di liberazione, all’indomani del primo maggio 1945, la richiama in vita con rinnovati contenuti. Con la caduta del fascismo viene emanato il Regio Decreto 04/04/1944 n. 111 che in attesa delle elezioni amministrative per la ricostituzione degli organi consiliari detta norme transitorie per l’amministrazione delle Province e abroga le disposizioni limitative stabilite dal Testo unico del 1934. Il governo della Provincia  è affidato provvisoriamente ad un Presidente e l’amministrazione ad una Deputazione provinciale entrambi nominati dal Prefetto.

La Costituzione della Repubblica sancirà nei suoi dettami la presenza fra gli Enti locali a par dignità con Comuni e Regioni della Provincia. Il ritardo con cui nascono le Regioni a statuto ordinario e soprattutto la Regione a statuto speciale del Friuli Venezia Giulia lascia spazio alle Province ed in particolare alla Provincia di Udine che, per territorio, risulta la più vasta della nuova Italia.

Con il Testo unico emanato con il decreto 5 aprile 1951, n. 203, il legislatore approva le norme per la composizione ed elezione dei Consigli Provinciali, ripristinando con denominazioni differenti gli organi Consiglio Provinciale, Giunta Provinciale e Presidente della Giunta presenti prima del 1928. Il 27 maggio si svolgono le prime elezioni provinciali mediante un sistema elettorale misto, proporzionale e maggioritario. Inoltre con le leggi 18 maggio 1951, n. 328 e 16 ottobre 1951, n. 1168, si emanano norme sulle attribuzioni e il funzionamento degli organi dell’Amministrazione Provinciale (ripristinandosi le norme del Testo unico del 1915, n. 148, modificato con R.D. del 1923, n. 2839). Con la L. 10 settembre 1960, n. 962, il legislatore opta poi per un sistema elettorale di tipo proporzionale puro.

 

La miglior stagione

 

Agli inizi degli anni Cinquanta Agostino Candolini viene eletto trionfalmente con una grande maggioranza di consensi Presidente della nuova Provincia rappresentativa del corpo elettorale, perseguendo una politica centrista su valori ispirati alla dottrina cattolica di valorizzazione delle autonomie locali come forma ideale di democrazia.

L’uomo politico di Tarcento per preparazione e carattere, uomo di legge ed imprenditore, lascia una impronta decisiva nella storia della istituzione provinciale.

Oltre alla attività amministrativa legata agli organi elettivi in questi anni la Provincia si occupa principalmente delle strade di sua competenza, dell’edilizia scolastica nonché del personale non insegnante per quanto riguarda gli istituti tecnici e scientifici, dei laboratori di igiene e profilassi, dell’Ospedale psichiatrico etc., con varie tipologie di dipendenti.

Si afferma come un ente di alta riconoscibilità per gli interventi assistenziali sul territorio, per i contributi erogati in molteplici tipologie, come datore di lavoro, quale sostegno e riferimento per le attività dei Comuni. Una rete di cantonieri stradali presidia il territorio ed è a contatto diretto con aree più periferiche, così come la cattedra ambulante di agricoltura si dimostra un insostituibile sostegno ad una attività agricola ancora predominante nella economia locale.

Candolini dà all’apparato degli uffici e dei servizi uno stile sobrio ed autorevole, di alta qualificazione professionale, di continua disponibilità all’ascolto della base, di disciplina morale, in un periodo non facile per chi amministra poiché la Provincia di Udine è fra le zone più depresse d’Italia.

Agostino Candolini a buona ragione può essere considerato il “padre” della odierna Provincia di Udine, ma, dal 1945 al 1975, la Provincia sarà anche una ottima palestra politico-amministrativa dalla quale passeranno tutti coloro che, poi, accederanno ad altre e più prestigiose cariche pubbliche. Il Consiglio provinciale esprime, infatti, eminenti personalità per preparazione amministrativa e cultura politica.

La non facile successione a Candolini, nel 1962, è del prof. Luigi Burtulo che prosegue  con un suo stile austero nella tradizione cattolica del buon amministrare gli enti locali.

Nel 1963 la tragedia del Vajont in particolare per quel che riguarda i Comuni di Erto e Casso interesserà anche la Provincia di Udine che, in tale occasione, saprà dimostrare di essere in  grado di fronteggiare anche grandi catastrofi naturali con del personale preparato e con rapidi ed efficaci interventi. Infatti l’Ente affronta  ordinariamente con i suoi tecnici i vasti problemi della gestione di un ampio patrimonio viario, la cui funzione è essenziale per i collegamenti della viabilità principale soprattutto con le località montane ed isolate.

Alle elezioni politiche del 1967 Luigi Burtulo si presenta al Senato nel collegio di Udine e viene eletto. A succedergli  è l’avvocato Antonio Vinicio Turello. Il suo lungo  periodo di Presidenza può essere considerato secondo solo agli anni di Candolini. La Provincia raggiunge il massimo della sua operatività sul territorio per efficienza ed efficacia, per capacità di collegamento con i Comuni ed il loro coordinamento, per la gestione di molteplici e varie competenze. L’autorevolezza dell’Ente viene riconosciuta senza riserve da tutte le parti politiche e sia il personale politico, sia quello amministrativo e tecnico raggiungono livelli elevati di preparazione e professionalità.

Sono gli anni in cui la Regione compie i suoi primi passi e gli interventi più significativi sono mirati soprattutto in settori non concorrenziali per l’Ente Provincia che continua ad essere vicina alla gente, con i suoi cantonieri a vigilare su chilometri di strade, con i suoi tecnici, i migliori reperibili, con i suoi uffici amministrativi attenti alla legalità come alla parsimonia. Il patrimonio è vasto e curato, le opere pubbliche si susseguono su tutto il territorio con equilibrio degli interventi al fine di perseguire un generale benessere.

Sono gli anni in cui il Friuli si riscatta dalla sua plurisecolare povertà, nei quali finalmente cessa l’emigrazione di massa, tempi in cui si tornano a valorizzare i beni pubblici e culturali ed il centro della vita politica è proprio l’Assemblea di Palazzo Belgrado.

Ciò non toglie che, anche durante i mandati di Turello, l’Ente non perda delle competenze: l’Ospedale psichiatrico, i laboratori d’igiene, diversi consorzi nei quali era dominus e fondatore, l’Istituto per l‘infanzia abbandonata.

Dopo aver ottenuto di organizzarsi in circondario la Destra Tagliamento nel 1968 ottiene la creazione di una nuova Provincia, la Provincia di Pordenone. Pur non essendo, in particolare i  Comuni dello Spilimberghese, del tutto favorevoli a questa nuova entità, solo il Comune di Forgaria  chiederà con tenacia e numerose manifestazioni di rimanere nella Provincia di Udine, dando prova di attaccamento alla istituzione e alla tradizionale appartenenza territoriale.

Nel 1976, quando il terremoto scuote il Friuli, la Provincia sembra entrare in crisi, invece l’ intuizione del Presidente Turello di assumersi il compito della ricostruzione scolastica diventa vincente. La Regione e lo Stato anche su richiesta di realtà del volontariato e straniere riconoscono che la Provincia  di Udine è sentita come interlocutore sovracomunale  dotato di grande credito popolare.

 

Gli anni del primato amministrativo e gestionale dell’Ente Regione

 

Negli anni il prestigio ed il ruolo della Provincia di Udine nella società civile si è andato rafforzando poiché con essa il cittadino ha un contatto diretto e la percepisce come il vero e solo Ente sovracomunale. La Regione Friuli Venezia Giulia, pur avendo iniziato la sua attività politico amministrativa dal 1963, negli anni Settanta è vista ancora come distante dalla realtà quotidiana del cittadino. Soprattutto con le funzioni assunte nella ricostruzione del Friuli e le sempre maggiori risorse economiche a disposizione in ogni campo l’Amministrazione regionale diventa protagonista della vita pubblica inevitabilmente mettendo in ombra la Provincia e relegandola ad un ruolo secondario, facendola dipendere sempre più dai trasferimenti dello Stato e della stessa Regione in seguito anche della riforma tributaria. Con il nuovo Assessorato agli Enti locali la Regione assume poi anche una funzione di controllo sugli atti della Provincia, dirigendone di fatto le azioni.

Non a caso nel 1978, in occasione del rinnovo del Consiglio regionale, molti amministratori della Provincia di Udine, compreso il Presidente Turello, vi si trasferiscono.

Viene eletto Presidente della Provincia  il primario ospedaliero prof. Giancarlo Englaro e sino al 1980 prosegue le iniziative già messe in atto dalla amministrazione precedente. Rieletto per un secondo mandato allarga la maggioranza al partito socialista, mettendosi in sintonia con il centro-sinistra regionale e nazionale.

In questi anni cresce nell’opinione pubblica, anche per iniziativa di partiti al governo, una tendenza favorevole alla abolizione delle Province per sostituirle con enti di minori dimensioni detti circondari. Il progetto non si realizza ,ma in Provincia di Udine, come riporta un’inchiesta di un quotidiano, l’Ente di palazzo Belgrado ha ancora una forte capacità di coesione e in particolare appare il più adatto a conciliare le diversità presenti sul territorio.

Il secondo mandato di Englaro vede portate a termine alcune opere pubbliche, ma è indubbiamente caratterizzato da un ulteriore venir meno di competenze e da una riduzione delle risorse per la mancanza di una riscossione diretta dei tributi.

La subalternità alla Regione si accentua a partire dal 1985 con una nuova amministrazione a capo della quale viene indicato Tiziano Venier. Nel corso dei suoi mandati gradualmente viene meno la presenza sul territorio, resa non più necessaria per lo sviluppo delle comunicazioni e si assiste ad una crescente esternalizzazione dei servizi. L’apparato amministrativo di accresce in relazione ad alcune parziali devoluzioni di competenze regionali che impegnano la Provincia in molteplici settori, oltre a quelli tradizionali, senza però delineare un ruolo in sé completo che non debba essere vagliato dall’ente erogante le risorse finanziarie. In particolare lo statuto speciale del Friuli Venezia Giulia impedisce alla province di assumere le competenze che esse hanno nelle regioni a statuto ordinario, soprattutto in materia di gestione del territorio.

Con la legge 25 marzo 1993, n. 81 viene introdotta l'elezione diretta del presidente della provincia e, correlativamente, la nomina dei componenti della giunta da parte dello stesso, mentre fino ad allora erano stati eletti dal consiglio provinciale. In questo modo la forma di governo della provincia, in precedenza riconducibile al modello parlamentare, viene  avvicinata al modello presidenziale.

Gli anni della Presidenza di Tiziano Venier, governati da una maggioranza di centro sinistra speculare a quella che regge la Regione, rappresentano un periodo di grande incertezza sul futuro dell’Ente Provincia benché non manchino importanti realizzazioni sia nel settore stradale sia nel settore scolastico.

Nel 1994 Tiziano Venier presenta le dimissioni e viene eletto Presidente l’avv. Giovanni Pelizzo.

   Nella foto: Palazzo della Provincia, particolare del Salone centrale

 

Nel Friuli dei cambiamenti

 

Il considerevole benessere economico raggiunto in Friuli negli anni Ottanta del XX secolo porta con sé dei profondi cambiamenti socio-culturali e una istituzione, qual è la Provincia di Udine, fortemente legata ad una tradizione amministrativa di tempi assai diversi per condizioni di vita e mentalità, fatica a tenere il passo, soprattutto per lo straordinario protagonismo della Regione.

Al voto del 1995 il Presidente Giovanni Pelizzo viene confermato in carica al secondo turno in seguito all’”apparentamento” con i partiti della sinistra sino ad allora all’opposizione. L’ampio consenso della coalizione di governo permette la realizzazione di numerose opere pubbliche ed amplia l’iniziativa della Provincia in campi definiti “residuali” rispetto a quanto viene gestito a livello regionale. La Provincia di Udine inizia a chiedere alla Regione maggiori competenze e, in parte riesce a trovarsene alcune di nuove articolando il proprio bilancio di quelle che si dicevano allora “spese facoltative”. Ciò ha permesso, in seguito, di consolidare esperienze ad esempio nel turismo, nello sport, nei servizi sociali, nei trasporti, nella cultura, competenze che possono apparire generalmente di nicchia, ma che nei confronti dei cittadini – utenti hanno un impatto positivo soprattutto perché la Regione appare difficilmente raggiungibile per delle iniziative di portata piccola o media.

La Provincia perde in questi anni il personale delle scuole, acquistando più tardi competenze e personale in materia di motorizzazione civile ed ampliando l’impegno per gli edifici scolastici  di livello superiore.

A metà degli anni Novanta la Regione per la debolezza dei suoi esecutivi attenua il suo ruolo dominante e, quindi, diventa più disponibile alla devoluzione o, comunque, lascia scoperti degli spazi operativi. In particolare pervengono alla Provincia di Udine delle competenze in materia ambientale, nella prospettiva, per il momento non ancora realizzata, che il futuro dell’Ente Provincia sia nel settore  territorio – ambiente.

Allo scadere del mandato nel 1999 il Presidente Pelizzo non sarà confermato, pur presentando una propria lista, ma i consensi, sempre al secondo turno, andranno alla coalizione di centro destra  della quale è a capo il Presidente degli industriali, l’imprenditore ed editore Carlo Emanuele Melzi.

Sia il Consiglio sia la Giunta vengono rinnovati ed è predisposto un programma destinato a modernizzare gli interventi dell’Ente ed a snellire le procedure seguendo un modello di efficienza ed efficacia di ispirazione privatistica.

Il lungimirante disegno di Melzi, purtroppo, non può essere perseguito in quanto scompare per una grave malattia dopo pochi mesi. E’ il primo presidente a morire in carica.

Un lungo periodo di transizione viene gestito dalla Giunta Provinciale e dal Vice Presidente Loreto Mestroni, ai quali spetta portare a termine quanto già iniziato in via ordinaria, in attesa del rinnovo elettorale della tarda primavera del 2001.

Il nuovo mandato, riportato ad  una durata quinquennale, vede eletto alla Presidenza il rettore dell’ Università di Udine Marzio Strassoldo di Grafenberg, sempre appoggiato da una coalizione di centro destra. Il nuovo sistema elettorale e le modifiche apportate ai singoli poteri decisionali mostrano la loro fragilità applicativa nel non prevedere “contrappesi” al sorgere di eventuali fenomeni di autocratismo. La Provincia di Udine diventa in tal modo un interessante ed intenso “laboratorio” politico ove si misurano democrazia, autonomia, opinione pubblica, comunicazione, forza della legge e iniziativa individuale. In più, nel 2003, cambiando la maggioranza regionale, muta l’orientamento politico a favore delle province, con la previsione di  rapporti preferenziali con i Comuni ed il delineare nuove aggregazioni intermedie.

In questo contesto un gruppo di persone si fa promotore di un referendum regionale per la costituzione di una Provincia della Carnia. Il referendum, tenutosi nel 2004, fortemente avversato dalla Provincia di Udine, non è riuscito a raggiungere la maggioranza necessaria nonostante l’appoggio dell’allora Giunta regionale.

Alcuni Comuni della Destra Tagliamento e notoriamente Sappada, al contrario, hanno promosso analoghi strumenti di consultazione popolare per riunirsi alla Regione Friuli Venezia Giulia con dichiarata preferenza per l’inserimento nella provincia udinese.  

La Provincia di Udine entra in un  processo di criticità, subito dopo la rielezione, con un massiccio consenso popolare, del Presidente Strassoldo nel 2006. In un momento pur delicato e complesso la stabilità e continuità  dell’Ente non sono venute meno anche grazie alla forte identificazione popolare con esso che ha permesso di distinguere, fra vicende personali e prestigio di una tradizione politico amministrativa.

La pausa del commissariamento regionale, dopo le dimissioni di Strassoldo, ha permesso di superare il momento difficile. Riprendendo la normalità istituzionale con l’elezione  del Consiglio Provinciale anticipata all’aprile 2008, la Provincia di Udine è entrata in una nuova fase della sua storia nella quale si intravedono già alcuni motivi: un nuovo ruolo con maggiori competenze all’interno del sistema regionale degli Enti locali, la collaborazione con le altre Province nell’ambito della valorizzazione del Friuli e delle sue componenti identitarie, riforme e semplificazioni per una efficace presenza sul territorio.

   Nella foto: il palazzo della Provincia in una foto di Carlo Innocenti

Nella pur ricorrente richiesta di abolizione, il lungo cammino storico della Provincia di Udine, in sostanza, prosegue sulla fedele identificazione popolare dell’ente con il territorio e la sua gente, mantenuta lungo gli anni e mai venuta meno.

 

                                                                    Pietro Fontanini

Pagina aggiornata il 03.05.2016