Tradizioni popolari

Tradizioni popolari

Se sulla carta geografica dell’Italia il Friuli, inglobato nella Regione Friuli Venezia Giulia, appare oggi come una terra di confine, sulla mappa storica dell’Europa esso assume la più corretta posizione e la più congeniale funzione di regione centrale di transito e quindi di naturale confluenza culturale e commerciale. Situato nel nevralgico punto di incontro e scontro delle tre grandi culture continentali, la latina, la slava e la germanica, il Friuli, in realtà, è sempre stato un importante crocicchio d’Europa, nel quale sono affluite e si sono fuse millenarie tradizioni culturali. Il carattere ibrido e polivalente della civiltà regionale, straordinariamente ricca e diversificata nelle sue subregioni naturali, risulta evidente non soltanto nella formazione e nello sviluppo della lingua maggiormente parlata dalla popolazione, il friulano, ma anche nelle altre espressioni della cultura come il folklore e l’inconscio collettivo, le tradizioni culinarie, le tecniche di coltivazione della terra, le forme della letteratura, della musica, dell’architettura e dell’arte.

E’ questa, dunque, una terra appartata e singolare dove l’uomo ha sviluppato nei secoli una complessa visione del mondo, ovvero una “civiltà”, altrettanto riservata e particolare, frutto delle mescolanze storiche, politiche e sociali che la speciale posizione di questo territorio, nel contempo laterale e centrale come si è detto sopra, ha comportato e ha determinato in oltre due millenni. In tal modo i caratteri culturali delle tre grandi civiltà che qui trovarono estrema convergenza e approdo, influenzandosi a vicenda, col passare del tempo hanno consentito la formazione di un nuovo e complesso “tessuto culturale”, ovvero di una “identità” fondata e cresciuta in armonia con le caratteristiche dell’ambiente fisico regionale, dal quale ha dedotto le proprie inconfondibili forme improntate sulla concretezza, sull’austerità e sull’antiretoricità, mirabilmente riscontrabili nello stesso impianto psicologico del popolo friulano.

In Friuli gli studi etnografici si sono avviati sullo spegnersi dell’ Ottocento, in concomitanza con le nuove correnti di pensiero che rivolgevano l’attenzione al popolo, ma proprio quando le più caratteristiche manifestazioni folkloriche di questa terra tendevano inevitabilmente al tramonto (la nuova borghesia ne prendeva le distanze e nel contempo ne prendeva coscienza). Fino ad allora la travagliata bimillenaria storia del popolo friulano, costituita da guerre, dominazioni, sciagure ed emigrazione non era riuscita a frantumare l’unità di fondo del Friuli, a snaturarne l’antica cultura agraria, la propria weltanschauung, tanto che i segni delle sue ultime reliquie, seppur alterati dai grandi drammi delle due guerre mondiali e dagli inevitabili cambiamenti da esse portati, si poterono ancora leggere per almeno un cinquantennio e cioè fino a metà Novecento. Da allora, infatti, si registrò una incolmabile frattura e un irreversibile mutamento nei costumi del popolo friulano, prodotti prima dalla ricostruzione postbellica, poi dall’avvento di un’economia industrializzata e tecnologica che arrivò negli anni Sessanta anche oltre il Piave e il Tagliamento, quindi dal dramma del terremoto e della ricostruzione che diede una definitiva spallata al mondo della tradizione e infine dal più subdolo e recente movimento di globalizzazione delle culture e dei costumi che portò anche in Friuli la sbrigativa sostituzione della cosiddetta “subcultura provinciale” con i più conformati schemi antropologici europei e soprattutto con gli estranei modelli oltreatlantici. Proprio per questo bisogna aggiungere che l’impianto del nostro folklore, fissato ed evoluto con lentissima dinamica a causa delle particolari condizioni geografiche del territorio e degli eventi storici, si è meglio conservato nei luoghi lontani dalle vie di traffico, nelle aree più emarginate e abbandonate, come quelle montane, che in taluni casi costituirono delle vere e proprie isole (enclaves folkloriche e culturali) che per decenni sono riuscite a tenere abbracciato strettamente un vero e proprio tesoro culturale di cerimoniali folklorici e di rituali tradizionali che altrove si era ormai annacquato, adulterato e lentamente disperso.

Per le evidenti ragioni di impostazione, in questa sede si potrà offrire soltanto un quadro estremamente sintetico delle nostre tradizioni popolari, che fra l’altro presentano un complesso insieme alquanto frastagliato nelle molte varianti locali, ricchi universi minori e differenziati orizzonti sviluppati in microzone o subaree per le realtà ambientali notevolmente diverse del territorio regionale. Qui, infatti, non si potrà contemplare sistematicamente il ricco caleidoscopio di consuetudini diversificate nel ritmare la vita e il lavoro, il vestire e il mangiare, il culto e le credenze religiose, il trascorrere delle stagioni e i cicli naturali determinate dalla diversità  storica, dall’ambiente e dai paesaggi naturali del complesso territorio regionale, ma ricordare in generale come per oltre due millenni il popolo abbia vissuto in stretta aderenza con la natura e le sue fasi, cibandosi di quello che coltivava (soprattutto frutta, erbe e farina), vestendosi con quello che ricavava, curando i suoi mali fisici con rimedi empirici (infusi e decotti, urina e sterco), sostenendosi con la fede e la magia, costruenso con i sassi, le pietre e il legno che aveva a portata di mano e poi decifrando il cielo, prevedendo la meteorologia e misurando il tempo con le esperienze delle generazioni che si susseguivano.

Fino oltre alla seconda metà del Novecento la principale e spesso unica fonte di ricchezza della popolazione era la terra, con i riti delle semine e dei raccolti che ritmavano la vita dell’intera collettività secondo l’iterazione perenne dei cicli, che a loro volta inducevano alla ripetitività dei cerimoniali e al fissarsi delle tradizioni del popolo. La famiglia era l’unità produttiva elementare, nella quale ogni membro aveva una precisa funzione operativa, coadiuvata dalla forza lavoro degli animali domestici e dall’energia idraulica prodotta dai numerosi corsi d’acqua che muovevano le ruote dei mulini e degli opifici idraulici. I tempi del lavoro erano assolutamente dipendenti dalle vicende astronomiche e meteorologiche legate al susseguirsi delle stagioni e la ripetitività del tipo di lavoro produceva, oltre al progressivo perfezionamento delle tecniche operative, anche un accumulo di esperienze materiali e culturali tramandate oralmente e fissate mnemonicamente in formule e detti proverbiali. Così il contadino, conosceva il moto del sole, le fasi lunari e i cicli celesti, gli andamenti climatici dei mesi e la cadenza delle burrasche stagionali, che erano fondamentali per le semine e i raccolti, il taglio delle legna e le svinature, gli innesti e la conservazione dei prodotti, l’allevamento degli animali domestici, le migrazioni e la cattura dei selvatici, divenendo esperto della terra e del cielo, dei segreti della natura e delle tecniche di coltivazione, del computo e delle tradizioni del calendario.

La primavera (vierte) apriva il periodo del più intenso lavoro che si protraeva per tutta l’estate con qualche pausa nel periodo canicolare e si chiudeva con l’autunno (sierade) dopo la conclusione dei raccolti, la trasformazione e la messa in conservazione dei prodotti. Anche nel tempo della stasi invernale per il contadino e la sua famiglia non vi era possibilità di ozio, perché c’erano gli animali della stalla e del cortile da accudire, la riparazione della casa e degli edifici attigui, la revisione degli attrezzi e i lavori del bosco da effettuare. Nelle sere, dopo la cena, la famiglia si riuniva per seguire ogni attività complementare (nella pianura povera di legname si ritrovava nelle stalle intiepidite dal respiro degli animali): i maschi per lavorare il vimine, il legno e la ceramica, mentre le donne trascorrevano il tempo in file, ovvero a filare, e sempre queste attività delle sere invernali erano accompagnate dal racconto di fatti accaduti, di leggende, di racconti dell’immaginario collettivo che incessantemente tramandavano il bagaglio della cultura subalterna e spesso con il conforto di cordiali, rappresentati da castagne e rape bollite accompagnate da vino nuovo o qualche bevanda calda. I prodotti ottenuti dal lavoro della terra, opportunamente conservati e oculatamente dosati durante i mesi invernali, servivano per la sopravvivenza della famiglia, per piccoli baratti e per compensare aiuti di prestazione lavorativa. Da questa gestione autarchica di un’economia di pura sussistenza, poi, col tempo si differenziarono i vari tipi di mestiere e di artigianato, che a loro volta costituirono un’altra importante fase della storia economica del Friuli.

La casa, estremamente funzionale, rispondeva alle strette esigenze rurali degli abitatori ed era costruita con materiali reperiti sul luogo (pietra, legna e sassi); quindi era diversa da zona a zona, secondo le naturali differenze climatico-ambientali della regione, che appunto ne determinavano le differenti forme di architettura spontanea. Molte volte le case erano addossate una all’altra, quasi per una specie di solidarietà architettonica di borgo e di villaggio e anche per eliminare le dispersioni di calore, mentre la vicinanza ai campi da lavorare o ai corsi d’acqua spesso ne determinava la tipologia strutturale; in altri casi il modello architettonico dipendeva anche dalla mancanza di illuminazione e altri fattori economico-sociali. Da ricordare che tutte le case dei contadini (oltre all’orto che costituiva il vero luogo del sostentamento autarchico della famiglia) avevano i lunghi poggioli esposti al sole, utili per l’essicamento dei prodotti, che in montagna spesso si trasformavano in loggiati coperti in sequenze di archi, mentre in piano le case avevano vaste aie e cortili per il ricovero di attrezzi e carriaggi. Nella Bassa, zona di bonifiche e latifondi, si trovavano invece molti casolari sparsi e fattorie, mentre nella fascia costiera dedita alla pesca le abitazioni di legno e canne palustri (casoni) erano provvisorie, costruite quasi sull’acqua. L’elemento che accomunava le case delle varie zone era senz’altro il focolare che, oltre ad assolvere le naturali funzioni per la cucina e per il riscaldamento degli ambienti, costituiva il vero e proprio cuore del sistema familiare e sociale.

 

Case friulane

L’alimentazione era naturale ma povera, mancando i prodotti di buon valore nutritivo a causa dell’assenza degli accorgimenti e delle tecniche di coltura odierne. La cucina popolare si fondava sui prodotti elementari ma variamente e intelligentemente combinati a seconda della fantasia e dell’esperienza, anche tramandata, della padrona di casa, la quale aveva una vera e propria arte per la preparazione di pietanze con le verdure dell’orto e con le erbe aromatiche e mangerecce in genere che crescevano spontaneamente nei prati e nei boschi e con le quali, a primavera, otteneva squisiti piatti e depuranti miscele.

Molte erano anche le farinate (‘suf, meste, polente), spesso combinate con verdure, fagioli o zucca (jota) o altrimenti miscelate (cjarsons), tante erano poi le minestre (orzo e fagioli, verze e patate), molte le varietà delle frittate e diverse di formaggio fuso (frico). I pasti erano anticipati rispetto ad oggi per le esigenze lavorative della terra e per il riposo e molte volte quello medio veniva consumato direttamente nei campi, mentre alla sera solitamente si consumava radicchio con formaggio o con salame e la solita onnipresente polenta, alimenti che però scarseggiavano per la stragrande parte della popolazione afflitta dalla più nera miseria. La bevanda da pasto era il vino, sempre discretamente prodotto nella regione anche se di qualità molto inferiore a quella odierna, che molte volte veniva bevuto allungato con acqua per dosarne il consumo. I cibi venivano donati nelle principali ricorrenze ed esaltavano le feste, mentre la rinuncia al cibo (fâ vilie) costituiva un rispetto delle tradizioni religiose (soprattutto durante la  Quaresima) e quindi si configurava come offerta alla divinità. Doni di cibi e bevande venivano fatti ai questuanti che avevano compiuto riti per la comunità (sacrestano, cantoria, tiratori di corde di campane, becchino) e anche a coloro che pregavano o piangevano per i defunti e partecipavano ai funerali. Il mangiare insieme confermava vincoli di parentela, legami di amicizia e relazioni di comunità. Tante sagre, poi, erano collegate a prodotti stagionali e non mancavano offerte di propiziazione e di ringraziamento alla chiesa con i frutti della terra (a maturazione del prodotto e nella festa del ringraziamento).

A proposito della festa, questa era l’unica occasione lecita, praticamente un alibi, per qualche godimento di eccezione, ritualizzato e sacralizzato dall’occasione tradizionalizzata (festeggiamenti di apertura e chiusura del ciclo agrario, vendemmia, scartocciatura, festa del ringraziamento) e più spesso dalle scadenze liturgiche e dalle consuetudini religiose (santo patrono, perdons,  pellegrinaggi, Madonne dell’estate). Il pasto o pranzo collettivo, vera agape comunitaria, oltre che come conclusione della festa civile e religiosa, veniva organizzato anche in occasione della festa dei vari ”riti di passaggio” della vita del singolo (nascita, passaggio all’età adulta, matrimonio, morte) consacrati dalla fede cristiana (battesimo, cresima, eucarestia, matrimonio, funerale); così il pasto veniva ad assumere anche scopi socializzanti, in quanto rinsaldava i vincoli dei gruppi parentali e gli stessi legami solidali con l’intera comunità, e nel contempo anche magici, poiché tendeva a propiziare benessere e fertilità.

La popolazione era abbandonata a se stessa e viveva sotto il peso della precarietà degli eventi nella più diffusa ignoranza e miseria, tanto che in caso di malattia ricorreva ai rimedi empirici e anche alle pozioni di maghi e “streghe”. La tradizione secolare aveva tramandato a tutti le virtù di erbe e piante che, secondo una antica e radicata convinzione, venivano potenziate dalla rugiada miracolosa della notte di San Giovanni, e soprattutto di midollo e grassi di animali con i quali si preparavano diversi medicamenti come unguenti, infusi, cataplasmi, bagni ai piedi. Per i malanni più comuni esisteva una specie di pronto intervento (vermi-collana di aglio, mal di denti-fette di patate, emicrania-decotto di piantaggine, mal di orecchie-decotto di camomilla, blocco digestivo-succo bollente di limone, contusioni-albume di uomo sbattuto), mentre il persistere del male poteva derivare o da azioni di maleficio o dal castigo divino, ai quali si contrapponevano azioni di scongiuro, preghiere e benedizioni. I mali cosiddetti “sacri”, come il mal caduco, la nevrosi e l’isteria venivano contrastati con tecniche particolari e soprattutto con la visita a determinati santuari “specializzati”.

In particolare il vestito popolare era funzionale all’ambiente per le condizioni climatiche e per il lavoro e alle circostanze locali per l’incidenza socio-economica. Il costume friulano cominciò a tipizzarsi nel XIV secolo, in quanto precedentemente la condizione popolare era troppo misera e distante dalla classe dominante che “faceva la moda”, per meglio definirsi nel Cinquecento ed evolversi negli splendori del  Settecento e quindi decadere nel secolo successivo, fino a rientrare nel “comune vestire” anche per il processo di imborghesimento del popolo. La differenziazione si registrava fra le vesti feriali (dai dîs di vore) e quelli festivi (de fieste), più ricchi, colorati e fini. Le vesti però erano poche e spesso duravano fino alla morte, contribuendo così a trasmettere e perpetuare le costanti dell’abito. L’ampiezza delle gonne pieghettate consentiva l’opportunità di eliminare le parti usurate, le scarpe erano di legno e avanzi di stoffa (dalminis, mulòts, zupiei, stafets, scarpets). Ci si riparava dal freddo indossando mantelle (tabârs e mantelinis), scialli (fazoletons e siai) e sopracalze (scufons). Un tempo erano diffuse le coltivazioni della canapa e del lino, nonché l’allevamento degli ovini che davano la materia prima per i tessuti più usati, nel solito contesto autarchico.

 

 Abito tradizionale friulano

Accanto a quello della natura e parallelo a quello ecclesiastico, che su quello naturale fonda il ciclico mistero liturgico della sua fede, il popolo aveva un proprio calendario che si fondava su entrambi. A partire dal reiterante ritmo astronomico del sole che determina lo scorrere delle stagioni e quindi il ciclo delle opere agrarie, fin dall’antichità l’uomo aveva posto delle feste nei punti nevralgici dell’anno costituiti dai solstizi, dagli equinozi, dalle “mezze stagioni” e dalle scadenze principali dei lavori della terra, sulle quali poi il cristianesimo per controllarne il potere sovrappose il manto delle proprie feste liturgiche, che conferirono ulteriore importanza e spessore festivo alle stesse ricorrenze. In tal modo nacque e si sviluppò il calendario popolare che fino agli ultimi decenni del Novecento ritmò e scandì la vita quotidiana di numerose generazioni di friulani mediante feste astronomiche, solennità liturgiche, festività di santi e ricorrenze collegate alle opere stagionali e ai prodotti del momento, che vennero a costituire i momenti emergenti della grande ruota dell’anno.

I riti solari del fuoco, i più antichi ed universali, esaltavano i momenti fondamentali del ciclo, ovvero i due solstizi, che la Chiesa poi consacrò nella nascita di Cristo e del suo precursore, Giovanni il Battista, mentre negli altri momenti del rinnovamento annuale, confinati dal Carnevale e da Ognissanti, si ricreava lo stato di caos iniziale che univa simboli positivi e negativi. Dopo i rituali del solstizio (ceppo natalizio e portenti della mezzanotte di natale, pratiche magiche e divinatorie, calende e strenne, falò e lancio di rotelle infuocate) e i cerimoniali del Carnevale, i riti lustrali e purificatori (di San Antonio abate, Candelora, San Biagio, San Valentino, Mercoledì delle ceneri e Mezzaquaresima) si rinnovavano fino alle soglie della primavera e dell’apertura del ciclo agrario, che la Chiesa sublimava con le valenze spirituali e le alte simbologie sacre della grande solennità religiosa di Pasqua. A mezza primavera veniva festeggiata la rinascita della natura con i riti fecondanti del Calendimaggio (albero e fronde) e delle stesse valenze sacre e credenze nascoste delle Rogazioni cristiane. Altro momento saliente del ciclo annuale era il solstizio d’estate, culmine stagionale, nel quale si rinnovavano, oltre alle cerimonie solari, riti magici di carattere apotropaico, protreptico e divinatorio (falò e lancio di rotelle infuocate, raccolta di fiori ed erbe benedetti dalla sacra rugiada, pratiche divinatorie, usi popolari), mentre lungo il periodo estivo, tempo della pausa canicolare, arrivava il sollievo delle sagre paesane, il cui tempo di festa era sì dilatato dalla primavera al primo autunno ma trovava proprio nei mesi di luglio ed agosto il suo apice e acme. Per tutta l’estate si svolgevano anche i perdons e le visite ai santuari dal monte al mare, tradizioni religiose che dal Medioevo arrivarono fino al Novecento e alle quali seguiva il convivio e il momento di festa comunitaria, oltre ai riti della cosiddetta “liturgia agraria” per ottenere la pioggia (ad petendam pluviam) o il bel tempo, ai quali si associavano i paralleli rituali “magico agrari” nascosti e le pratiche mantiche di benandanti, streghe e stregoni. L’ultima grande festa popolare collegata al ciclo agrario era quella di San Martino che si svolgeva sul crinale dell’autunno che seguiva quella altrettanto grande della tradizione liturgica, Ognissanti e ricorrenza dei defunti sulle tracce del remoto Shamain celtico. La festività di San Martino rappresentava il confine estremo del ciclo, ovvero la sua chiusura dopo tutti i raccolti dei prodotti della terra, del loro rincasamento e della loro trasformazione e conservazione; momento strategico del calendario, dunque, da esaltare doverosamente con la festa, cibarie e vino nuovo, dopo oltre due stagioni di duro lavoro. Oltre quella data si riscontra l’inabissarsi del sole sempre di più deciso nel baratro dell’oscurità invernale, il cui fondo era costituito dal solstizio di dicembre, punto simbolico dove tutto finiva per ricominciare. Il vivere del popolo friulano era così scandito dall’alternarsi del tempo profano del duro lavoro di ogni giorno e di quello cerimoniale della festa, secondo i cicli invariati del calendario, comandati dall’eterna ripetitività dei ritmi naturali.

Accanto alle forme della fede cristiana, fin dall’antichità lungo i secoli si stratificò un fitto sottobosco di credenze e miti, superstizioni e immaginari. Nella concezione friulana, peraltro priva del mondo astrologico e di una vera cosmologia, dominava Dio, potenza impassibile del bene che viveva al di sopra delle nubi, e il Demonio, forza del male, mentre il popolo era sovrastato da un destino misterioso e ineludibile. Nei pericoli il popolo contava sull’aiuto di Dio e dei santi, ma anche su quello più immediato e riscontrabile del sacerdote (benedizioni, scongiuri, esorcismi) e su quello di persone particolari dotate di poteri sovraumani che scacciavano malìe, fatture, malocchio, invidie e maledizioni causate da streghe e stregoni e che tanto male arrecavano a uomini, animali, piante, acque e terre, secondo un nutrita casistica di credenze popolari.

L’orizzonte umano era sempre gremito di minacce riscontrabili nell’aria (fûc salvadi, bissebove), per terra (ormis malignis di esseri mitici), negli animali (gjate marangule, basalisc, incjese, aspri), nei morti (animis danadis, spirts, fantasimis) e nei propri simili (belandant, strie, striòn, mago, calvine, erbolaç). In ogni momento la gente osservava un preciso “codice di autoprotezione” conservando oggetti benedetti (vieste dal batisim, scapolârs, cjandelis, sal, pan, crôs, ulîf) da usare al momento del bisogno e ricorreva a pratiche varie per contrastare le negatività, facendosi parte attiva nella difesa del propria dimensione esistenziale (macet di S.Zuan contro le streghe, ulif benedît contro i temporali estivi, clamâ la ploe contro la siccità, grop Salamon e altri segni sulla soglia delle case o una pianta di ruta (rude) su un angolo esterno della stessa, oppure una treccia di aglio contro ogni avversità). Le antiche paure non venivano però fugate del tutto; i boschi erano abitati da imprecisate figure tra l’umano e l’animalesco come gans, pagans, salvans e dal omp salvadi, gnomi di vario tipo abitavano monti, grotte e miniere (guriùt, mazaròt, massariòl, skrat, scarifiç).

Vi erano anche esseri giganteschi (orcul, largobargo) che vagavano in determinati luoghi e mitiche figure femminili ambivalenti più o meno pericolose (aganis, fatis, torke, varvuolis, krivapete, medace), oltre a presenze eteree inquietanti come le anime dei bimbi morti senza battesimo (fantìci) i disagi e le presenze notturne che assumevano forme mostruose e spaventose (cjalciùt, vencul, morà), e gli avvisi di pericolo (orloi di S, Josef, prucission di S.Ursule, udàura). Il panorama immaginifico e superstizioso della tradizione friulana annoverava poi anche apparizioni di morti, dispetti e burle di dannati, processioni notturne di anime purganti e presenze di benandanti. Il demonio, principe del male, poteva agire da solo o tramite i suoi seguaci, carpiva promesse e veniva a patti, lusingava giovani e ammogliate, guidava alla scoperta di tesori nascosti, ma talvolta poteva anche essere beffato e sempre cacciato con i segni cristiani, oltre che nominato con nomi di copertura (cudicjo, minicjo, meneti, varoli, tucul, grandinili, braâûl, berlìchite, giani).

Particolarmente persistente e resistente nella cultura popolare friulana anche dopo la “bonifica” religiosa operata dal Concilio di Trento e quella ben più tragica dei processi e dei roghi dei Tribunali della Santa Inquisizione fu la figura della strega, praticamente presente in ogni paese. Seguace di Satana, con il quale si riuniva nei rituali e turpi sabba assieme ad altre sorelle di pratica, questa donna dai poteri sfuggenti trasmetteva per eredità la sua arte particolare con anche le formule e gli unguenti. Essa era capace di arrecare deperimenti improvvisi e malattie sconosciute, sopprimere neonati e portare morti strane a persone, animali e piante, di prosciugare sorgenti e fontane, avvelenare acque, rovinare colture; era anche in grado di portare pioggia, fulmini o grandine nei campi di chi voleva. Gli antidoti che potevano combattere la grande e paurosa forza della strega erano costituiti da formule, segni, atti e riti di natura religiosa e paraliturgica. Oltre agli specifici riti cristiani previsti dal canone, gli immediati rimedi popolari consistevano nel bruciare nottetempo agli incroci delle strade indumenti e oggetti dello stregato, o batterli con verghe di nocciolo colte all’alba della festa di S. Giovanni, e portare con sé sotto il vestito erbe bagnate dalla sua portentosa rugiada. Molti portavano sempre su di sé lo scapolare (della Madonna del Carmine) o la cintura (della rispettiva Madonna), altri oggetti benedetti (come il filo filato tra il battere e il ribattere della mezzanotte dell’Epifania) o la crôs dal Passio consistente in foglie d’ulivo intrecciate durante la Messa della domenica delle Palme. Vi erano poi, secondo la tradizione, vari modi per riconoscere una strega, per fermarla fuori dall’uscio di casa o bloccarla all’interno di una chiesa, mentre incrociandola lungo la strada si faceva il solito gesto (pollice tra indice e medio) e si recitava qualche formuletta come “Strie, pitie, Diu lu vueli, nie!”.

Un’altra figura altrettanto importante nel panorama mitico e agrario friulano era quella del benandante, una sorta di stregone rivolto al bene. Nascevano ancora avvolti dalla placenta, o per parto podalico, o sotto un determinato segno o pianeta e queste particolari modalità di “venire al mondo” li collegavano in qualche modo allo stato prenatale, a quella dimensione extraterrena dove riposano o sostano le anime dei nascituri e quelle dei morti, tanto che essi erano in grado di mettersi in contatto e parlare con i defunti e quindi di fare da tramite con i viventi. Inoltre, la particolare nascita li collegava ad altre figure umane dotate di poteri particolari e non sempre chiaramente distinguibili dai benandanti e dal loro poteri. Nella tradizione friulana era predestinato al ruolo di strega, stregone, malandante o controstregone anche chi nasceva il venerdì santo, chi veniva al mondo fra la mezzanotte e l’una, il maschio che nasceva dopo sette sorelle, chi vedeva la luce con il cordone ombelicale attorcigliato al collo, il figlio postumo e quello di una donna ingravidata dal vencul e altri ancora. In sintesi, l’attività dei benandanti, esseri umani ma dotati di poteri soprannaturali, può essere compresa in tre grandi filoni: essi combattevano in spirito nelle Tempora contro streghe, stregoni e malandanti per salvare i raccolti dei contadini e per tutelarli dalle carestie (benandanti agrari), potevano guarire chiunque da stregonerie e da mali comuni (benandanti terapeutici) e (soprattutto i benandanti donne) potevano vedere i morti e parlare con loro (benandanti funebri). I benandanti, però, eseguivano anche tutte le altre operazioni di carattere magico, prime fra tutte quelle riguardanti il comando dell’atmosfera, come chiamare la pioggia e fermare la grandine, tagliare il cattivo tempo e la terrificante tromba d’aria. Essi erano anche esperti nei legamenti e nei filtri amorosi, nel predire il futuro e nel realizzare i desideri, nel conoscere i destini personali e collettivi. Ritrovavano anche gli oggetti smarriti. Conoscevano il cielo e le sue leggi, la meteorologia, i segreti della terra e delle acque, sapevano di vulcani e terremoti. Essi però potevano compiere il bene ma anche il male e proprio per questa loro ambigua caratterizzazione erano molto temuti fra le popolazioni del tempo

Accompagnavano i riti e le feste la danza e il canto. La danza, che mimava sentimenti elementari, aveva un carattere prevalentemente collettivo ed è rimasta misteriosa nei suoi passi e nelle sue figure; fra le più tipiche danze friulane si ricordano la ziguzaine, la staiare, la furlane, la stiche, la sclave e la roseane. Il canto, naturale espressione lirica del popolo, trovò nella villotta una delle sue forme più interessanti, ma la tradizione musicale ricorda anche anche cantilene come ninne-nanne, filastrocche, preghiere e canti narrativi. Per quanto riguarda la letteratura popolare, viene definita fissa quella non modificabile costituita da proverbi (da ricordare la particolarmente ricca tradizione paremiologica friulana), detti, racconti, contrasti e formule di scongiuri e mobile, quella modificabile da ciascun narratore, formata da fiabe, leggende e aneddoti, che fino ai primi decenni del Novecento erano lo strumento principale di intrattenimento.

Anche l’intero ciclo della vita individuale seguiva rigidamente le regole del costume comunitario, tanto che ogni grado dell’esistenza personale si ritmava su una festa collettiva esaltante il “rito di passaggio”; in tal modo ogni atto saliente privato veniva reclamizzato al massimo all’interno della comunità o universo collettivo del quale veniva a farne parte integrante e quindi anche ad essere sottoposto al giudizio del “tribunale” paesano che poteva approvare, criticare, censurare (rotture di fidanzamenti, relazioni extramatrimoniali, nascite illegittime, azioni contrarie alla morale del gruppo).

Così la nascita era preceduta e accompagnata da una serie di tabù e di cautele che sottolineavano la particolare delicatezza del momento tanto per la madre (che non doveva precisare il tempo del puerperio e il nome del nascituro) che per il neonato (che non doveva mai essere lasciato solo, non gli si doveva tagliare le unghie e i suoi pannolini non potevano essere esposti). La puerpera, dopo quaranta giorni (durante i quali non poteva uscire di casa, tagliare la polenta e fare elemosine) veniva accolta dal prete sulla soglia della chiesa che le porgeva la stola e le dava la candela accesa della purificazione. Il battesimo del neonato era segnato da particolari rituali osservati dai genitori (volto velato del bambino, offerta di un pane alla prima persona incontrata) e dagli stessi padrini (monete nelle fasce, attenzione a non sbagliare la recita del “credo”) e confermati nella stessa apposizione del nome (del santo del giorno o di un antenato defunto).

Il momento di passaggio dall’infanzia alla giovinezza, palesato dallo sviluppo fisico del soggetto, era segnato da una specie di secondo battesimo, ovvero dal rito di accoglimento dell’ambito sociale degli adulti, ai quali questi doveva offrire da bere nell’osteria e sottostare a scherzi e prove. Oltrepassato questo confine simbolico, il giovane era considerato adulto e quindi poteva uscire di sera e andare “a morosis”. A confermare l’importante transito nell’età adulta c’erano i riti della coscrizione dei giovani maschi, svolti in occasione della visita di leva, ovvero della soglia obbligatoria caratterizzata anche della verifica medico-fisica dell’idoneità a svolgere la faticosa mansione di soldato e quindi della esaltazione delle potenzialità mascoline (carro inghirlandato dal paese al capoluogo sede dell’ufficio di leva, insegne militari e coccarde tricolori, visita medica, questua e raccolta delle offerte in farina, uova, vino, carne porcina, frutta secca e conservata ed infine grande festa conclusiva con pranzo, balli, baldorie e licenziosità).

Il fidanzamento era preceduto dalla conoscenza della ragazza, magari in forma collettiva durante le file notturne dell’inverno, oppure durante il carnevale o nelle feste paesane. Seguivano i primi approcci segnati da atti e oggetti simbolici (scjarnete o ceppo davanti alla porta, salire con la scala alla finestra della ragazza) e anche dai pronubi (missete), soprattutto per l’approccio con i genitori. La rottura del fidanzamento era deprecata e derisa (purcite), come anche la gravidanza extraconiugale, da parte di una censura comunitaria vigile e severa, oltre che per motivi morali e di ipocrita facciata, per le effettive complicazioni giuridiche e patrimoniali. I giorni di visita dei fidanzati erano consuetudinari (uno o più giorni pari della settimana e la domenica), così pure i doni, la visita ai parenti e la pattuizione della dote, i preparativi del matrimonio e tutti i cerimoniali che portavano al giorno delle nozze, come il trasporto degli oggetti della sposa sul carro nel giovedì precedente il sabato nuziale e i cerimoniali della sera della vigilia. Il giorno delle nozze prevedeva una grande pantomima: finte ripulse e scherzi per il prelievo della sposa dalla casa parterna, il pianto della madre che non partecipava alle nozze, l’aspersione con acqua benedetta, gli spari e gli schiamazzi di esultanza dei compagni dello sposo, il corteo festoso e vociante verso la chiesa, l’ arco vegetale infiocchettato sotto cui doveva passare il corteo, l’ accoglimento dei suoceri nella nuova casa con offerta di oggetti simbolici e il banchetto nuziale. Se lo sposo era di un altro paese doveva pagare il pedaggio ai giovani invitati, consistente nel taglio o segatura di un tronco (stangje, traghet, scagn).

L’ultimo rito di passaggio era costituito dalla morte del singolo, molte volte annunciata, secondo il credo popolare, dalla comparsa di vari presagi. Il moribondo veniva vegliato da parenti e amici in attesa che gli antenati morti della famiglia lo venissero ad accogliere; la chiesa segnalava l’agonia e poi il decesso con vari suoni di campane (agunìe, passade). Quindi la salma veniva esposta al paese che andava a benedirla (trai la recuie o l’aghesante) col rametto di olivo benedetto intinto nell’acquasantiera. Il giorno del funerale il lugubre suono della campane (pàries, componon) e il lamento delle donne (vaiotis) accompagnava il triste corteo prima in chiesa per le esequie e poi al cimitero per la sepoltura. Ai partecipanti veniva donato il pagnùt, pane di sorgo che rinsaldava i vincoli di parentela, di amicizia e di gruppo e quindi assicurava la continuità della tradizione familiare e sociale, oppure anche sale e talvolta un cero. Tutti i parenti poi partecipavano ad un pranzo funebre o almeno a un breve momento di convivio nella casa del defunto. Subito si sgombrava la camera ardente, in una sorta di ambivalenza di sentimenti verso l’anima del defunto, che comunque veniva sentita sempre presente, come quelle di tutti gli antenati entro le mura della casa.

L’”azienda” familiare si reggeva sulle braccia lavorative, perciò la morte di un membro segnava l’impoverimento del nucleo e talvolta il suo vero e proprio tracollo, molte volte alleviato dalla solidarietà parentale e paesana. Il culto dei morti è stato ovunque molto praticato in tutto il Friuli ed anche questo aspetto dimostra lo spessore della sua cultura popolare.

Mario Martinis

 

Pagina aggiornata il 03.05.2016